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Se il gusto dell’inconscio si nasconde tra totem e ragù – il Caffè

22 Gennaio 2017

Se il gusto dell’inconscio si nasconde tra totem e ragù. Il cibo fa bene alla psiche. Più del sesso. Lo diceva il padre della psicanalisi Sigmund Freud che sulle nostre pulsioni più inconfessabili ha costruito un’intera teoria dell’uomo. Un esempio per tutti, il desiderio edipico di soffiare al padre la sua dolce metà. Che di fatto è la nostra mammà. Ma secondo una rilettura delle pagine dei diari, delle lettere e dei racconti della figlia Anna, il vero pallino del viennese dallo sguardo penetrante erano i fornelli. Come dire che l’analisi dell’inconscio non si fa distesi sul divano ma seduti a tavola.

A raccontare il testacoda alimentare della teoria freudiana è lo psicanalista di fama mondiale James Hillman che, con la complicità del mitologo Charles Boer, ha scritto La cucina del dottor Freud. A distanza di trent’anni il succulento libretto è stato tradotto anche in Italiano dall’editore Raffaello Cortina. E leggerlo ora, in piena cibo-mania, fa tutt’altro effetto.

Quel che sembrava un dettaglio, infatti, come le fobie alimentari delle celebri pazienti isteriche come Anna O., che mangiava solo arance, diventa un indizio perturbante. Stiamo diventando tutti isterici con le nostre diete monosapore? Quella del melone, quella del cavolo, quella delle mele, quella del riso?

Invece il benessere fisico e quello mentale richiederebbero un’alimentazione varia e gioiosa. Possibilmente senza sensi di colpa. Come quella che viene raccontata in questo prezioso vademecum del piacere, zeppo di ricette che mescolano tradizione viennese, gastronomia ungherese, sapori moravi e umori yiddish. Dalle fettuccine libido, al barattolo di déjà-vu, dalla crostata edipica alla torta paranoica, dalle fragolone inconsce al prandium interruptum. E dove si scopre che per Sigmund niente ha mai eguagliato l’anatra arrosto con salsa di mele della mamma Amalia. Amata. E odiata. Come quando in pubblico lo chiamava goldener Sigi, adorato Sigi, senza fargli mai capire se lo chiamasse così perché lo adorava davvero o per fargli fare la figura dello scemo. Insomma il classico divertimento della madre fallica.

Ma a Freud è toccata in sorte anche una moglie bigotta. Quando la sposò, Martha mangiava solo kasher. Ci volle tutta la sua arte seduttiva per liberarla dalle superstizioni e farle apprezzare il girello di maiale in agrodolce. Perché in fondo ogni vita, anche quella dei grandi, è fatta di totem e ragù. [PDF Download]

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Elisabetta Moro
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