Elisabetta Moro

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Mangiare meno, mangiare tutti. La Quaresima come scelta – La Stampa

9 marzo 2017

La mia intervista su Origami Settimanale in edicola con il quotidiano LA STAMPA.

 

Professoressa Moro, in una società come la nostra ha ancora senso parlare di Quaresima?  

Credo che oggi ancora più che in passato abbia senso parlare di Quaresima. Perché nell’epoca strana in cui viviamo ci sono sempre più persone che si sottopongono volontariamente a privazioni che potremmo definire quaresimali. Ma non lo fanno per seguire dettami religiosi. C’è un parte dell’Occidente che dopo l’edonismo degli Anni 80 sembra quasi pentita e si sottopone a rinunce, penitenze e riflessioni proprie un tempo della Quaresima, cercando quella frugalità o se vogliamo quella decrescita felice (nel nostro caso la decrescita è una certezza, la felicità più che altro una speranza) che sono ormai entrate nel nostro immaginario. Per cui l’Occidente laico sembra aver adottato una serie di regole che inizialmente erano religiose e che oggi diventano per molti un’etica condivisa.

 

Quali erano per i cristiani queste regole?  

Un tempo la Quaresima cristiana spingeva al digiuno e all’astinenza dalla «carne». Rinunciando quindi al cibo, al sesso, ma anche alla parola: la Quaresima era il tempo del silenzio. Tanto che nel 1966, quando c’è la riforma del vecchio Catechismo, la Chiesa suggerisce di rinunciare alla televisione: oggi potrebbe essere salutare forse un’astinenza dal web o dai social. E questi precetti sembrano tornare attuali, in una società che dopo l’ubriacatura dell’abbondanza riscopre il valore della frugalità.

 

Quando nasce e come si evolve la Quaresima?  

La Quaresima nasce con il Cristianesimo. Si propone ai fedeli di rivivere l’esperienza fatta da Gesù nel deserto, ossia di vivere i quaranta giorni tra il Carnevale e la Pasqua resistendo alle tentazioni. C’è un regime comportamentale da seguire e si costruisce su questo la precettistica di cui parlavamo prima. Ma va sottolineata una cosa: a differenza di altre religioni come l’ebraismo o l’islamismo che hanno precetti rigidi rimasti immutati e immutabili nel tempo, la Chiesa cattolica sta con i piedi per terra e si adatta alle evoluzioni dei costumi. Per il cristianesimo quindi la «carne» non ha un valore letterale ma metaforico, non è un significato ma un significante. È una sorta di bandiera di un’idea più ampia. E quindi può succedere che papa Paolo VI spieghi che non si tratta di rinunciare alla carne ma a quei cibi che rappresentano eccessi e che siano economicamente costosi. In altri termini se rinunci alla carne ma poi mangi tartine al caviale non hai seguito i precetti della Chiesa. E più di recente quando nel 1994 la Cei pubblica «il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza» arriva anche ad affermare che il digiuno e l’astinenza dalle carni sono commutabili con opere di penitenza e di carità. E per certi versi questo atteggiamento è già anticipato da Sant’Agostino: per lui il vero digiuno è l’astinenza dall’iniquità, da peccati e dai piaceri illeciti del mondo. Sant’Agostino invita a riflettere sulle ingiustizie economiche e sulla ridistribuzione delle risorse. E Latouche e Fitoussi sembrano nipotini contemporanei del Padre della Chiesa, che insisteva sull’uguaglianza come principio fondamentale e invitava a non fare «aggiotaggio» dei beni materiali.

 

Si trovano tracce di Quaresima nelle culture pre-cristiane?  

In quelle culture c’è sempre stata l’esigenza di un periodo di purificazione, ma visto che in quei tempi l’abbondanza non era così frequente, i consumi erano limitati. Si trattava soprattutto di trovare una rapporto equilibrato con se stessi. C’è però nelle culture pre-cristiane del Mediterraneo un culto per il cibo che a volte viene riassorbito dal Cristianesimo. Per i Greci e i Romani il vino e il grano simbolo della cultura alimentare sono un dono degli dei, di Bacco il primo, di Cerere il secondo. Anche il fuoco che permette la nascita della cucina è un dono di Prometeo. E curiosamente l’iconografia di quel Dio viene assorbita in quella cristiana di Sant’Antonio Abate. Questo viene raffigurato con un bastone cavo proprio come Prometeo e grazie a quel bastone, come vuole una tradizione diffusa in un tutta Europa, ruba il fuoco ai diavoli dell’inferno e lo porta agli uomini. Non solo, con Sant’Antonio c’è sempre un porcellino, simbolo della carne, e secondo altre tradizioni sarebbero proprio i putiferi combinati dal porcellino all’inferno a convincere i diavoli a far tornare Sant’Antonio tra gli uomini.

 

Le prescrizioni della Quaresima hanno influenzato i nostri consumi alimentari?  

Basti pensare alla diffusione del baccalà, che avviene con la Controriforma e il Concilio di Trento. Qui c’è un cardinale Olao Magno, nome latino del norvegese Olaf Manson, che scrive addirittura un libro di ricette su come consumarlo durante la Quaresima. Da allora in molti Paesi distanti dal mare il baccalà diventa quasi il cibo di magro per antonomasia. Ma c’è anche da dire che allora i precetti della Chiesa implicavano obbedienza a una regola religiosa, oggi la religione tradizionale perde influenza ma ci si costruisce quasi una religione su misura e si seguono ad esempio i principi vegani. Precetti nutrizionali per cui rinuncio a certi alimenti convinto che si debba rispettare l’uguaglianza tra uomini e animali. Un’uguaglianza per la quale si ritiene giusto fare sacrifici e rinunce.

 

Ci sono in passato esempi di precettistica laica legati alla riduzione dei consumi?  

Sì di fronte agli eccessi del Carnevale, a Venezia, tra 500 e 600, la Serenissima decide di mettere un freno agli sprechi. Da un lato cerca di calmierare il lusso e il consumo di generi alimentari. Bisognerà chiedere permesso prima di fare banchetti sfarzosi e sottoporre quello che oggi definiremmo il budget delle feste all’approvazione dello Stato. Non è più la Chiesa ma il Doge a imporre una limitazione dei consumi. Tra l’altro proprio questo esempio porta a riflettere sul rapporto tra Carnevale e Quaresima, il periodo del sovvertimento di ogni regola sociale, è indissolubilmente legato alla Quaresima, periodo di ritorno alle regole. Se il carnevale manifesta attraverso i suoi sovvertimenti di ruoli il conflitto sociale, la Quaresima lo ricompone e riporta alla riflessione. L’una non potrebbe esistere senza l’altro. Ma quest’alternanza rimanda anche alla successione nella storia di periodi di abbondanza e di penitenza, raffigurata da Brueghel nel celebre Combattimento tra la Quaresima e il carnevale. La storia si potrebbe dire che procede tra sistole di abbondanza e diastole di penuria. E il senso della Quaresima oggi sta forse proprio, come indicava Sant’Agostino nell’interrogarsi sulla redistribuzione delle risorse.

 

*Antropologa e studiosa delle tradizioni alimentari, Elisabetta Moro insegna alla università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Ha pubblicato tra l’altro La dieta mediterranea. Mito e storia di uno stile di vita. (Il Mulino, 2014)

Elisabetta Moro
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