Elisabetta Moro

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E Parigi racconta il suo colpo di fulmine per l’arte primitiva – il Mattino

8 aprile 2017

La più grande emozione artistica l’ho provata davanti alle opere anonime degli artisti africani. Queste figure, intrise di una forte senso religioso e rigorosamente logiche, rappresentano quanto di più potente e di più bello abbia mai prodotto l’immaginazione umana». Con queste parole di Picasso si apre la mostra «Picasso Primitif» che il museo parigino del Quai Branly, insieme al Musée National Picasso, dedica al rapporto tra il padre del cubismo e l’arte primitiva (fino al 23 luglio).
Il curatore Yves Le Fur, con felice scelta espositiva, ricostruisce la storia di questo rapporto che inizia con uno choc culturale. Quando, nel 1907, l’autore di «Guernica» visita per la prima volta il museo etnografico del Trocadéro e ha una reazione di rigetto, quasi di repulsione. Maschere, sculture, bambole, mummie, totem gli sembrano avvolti in un insopportabile odore di muffa e di abbandono. Ma decide di restare, quel mondo inquietante, fatto di oggetti sconosciuti che quei popoli usano per dare forma e colore alla realtà ignota e ostile che li circonda, gli sussurra parole oscure, che lentamente si compongono in un messaggio. In cui, a detta dell’artista, si riassume il senso stesso della pittura. Che non è un processo estetico. Ma una forma di magia che si interpone tra l’universo ostile e noi. Un modo di controllare l’incontrollabile, «imponendo un colore e una forma a i nostri terrori come a i nostri desideri. Quel giorno ho capito perché sono pittore». E quel giorno stesso Pablo torna a casa e ridipinge le «Demoiselles d’Avignon», coprendo il volto di due di quelle donne con le maschere che lo hanno tanto impressionato.
È l’atto di nascita del cubismo. Da allora Picasso comincia a collezionare pezzi d’arte primitiva, che antropologi come Michel Leiris, poeti come Guillaume Apollinaire, colleghi come Henry Matisse e la grande intellettuale Gertrude Stein gli procurano da ogni parte del mondo. E che lui porta con sé a ogni trasloco, piazzandoli nei suoi atelier, nelle case parigine, nella sontuosa villa di Cannes, La Californie, dove vive dal 1955 al 1961. Prima di trasferirsi nell’Antro del Minotauro, la casa labirinto di Mougins, dove abita fino alla morte, l’8 aprile del 1973. Idoli, feticci, sculture, scudi, tamburi, sonagli, diademi piumati, non sono semplici oggetti, ma presenze che affollano il grande serbatoio del suo immaginario e in generale della cultura europea del primo‘900, in cerca di nuove chiavi per decifrare il mistero dell’uomo.
Il merito di questa bellissima mostra è di far vedere questo laboratorio di forme, di materializzare l’officina creativa dell’artista, di rendere esplicite le fonti della sua ispirazione. Accostando la sacra allucinazione del «Torero» del 1970 con una maschera bicolore del Gabon. La civettuola «Donna con cappello di paglia e foglie blu», con un copricapo di piume e bambù dell’isola di Vanuatu nel Pacifico meridionale. L’acutezza smarrita dell’«Uomo che scrive», con una maschera anamorfica della Nuova Guinea. Insomma, Picasso è andato a scuola dai primitivi per calarsi nelle profondità del reale e ridurlo alle sue linee essenziali. Proprio come nella celeberrima raffigurazione della «Colomba della Pace» del 1949.
«Se io dipingo un cavallo selvaggio, magari non vedrete il cavallo, ma senz’altro vedrete il selvaggio» amava ripetere l’artista. Ed è proprio il selvaggio, il primitivo, l’archetipico che affiorano dalle sue opere come uno spaesante fondo oscuro dell’umano.

Elisabetta Moro
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