Elisabetta Moro

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Quel rito di primavera (anche) sulla tavola – il Mattino

15 aprile 2017

Festa di resurrezione e insieme rito di primavera. Liturgia del dolore e esplosione della gioia. Abbuffate e scampagnate. L’arrivo della Pasqua colora di verde le nostre giornate e la natura si risveglia dentro e fuori di noi. Una nuova linfa torna a scorrere nelle vene del mondo. Mentre sulle nostre tavole i cibi profumano di vegetazione in fiore. Non a caso proprio il cibo è un grande emblema di questa festa, che comprende le altezze teologiche del mistero dell’ultima cena, ma anche le più terrene leccornie che costituiscono il controcanto gastronomico della Settimana Santa.

Uova, grano, fave, piselli, carciofi, asparagi, insalatine novelle, agnelli, capretti. Un menù che è un intero catalogo di simboli, in parte di origine ebraica. Per il popolo di Israele, infatti, l’agnello rievoca l’antico sacrificio offerto a dio prima di abbandonare l’Egitto e di liberarsi dalla schiavitù. I cristiani invece ne fanno l’Agnus Dei, l’immagine stessa del figlio di dio che si è fatto uomo ed è salito sulla croce per togliere i peccati del mondo.

Differenze interpretative, che non impediscono però una forte somiglianza culinaria. Convergenze parallele del sapore. Il risultato è un imponente consumo di ovini che costituisce ancora oggi un autentico pasto sacrificale.

Se l’agnello è un must della gastronomia rituale, l’uovo è l’icona planetaria della Pasqua. Un simbolo universale di nascita e rinascita, di rigenerazione e di resurrezione della vita, che rievoca quelle antiche rappresentazioni popolari dove Cristo viene raffigurato proprio come un pulcino che esce dal guscio. Insomma tra il mitico uovo cosmico e il più familiare uovo di cioccolato, il passo è breve. Perché le religioni del Mediterraneo non hanno mai buttato via i loro simboli, semmai li hanno mescolati, riutilizzati, riciclati. Un altro caso esemplare è quello del grano, grande protagonista della liturgia, ma anche della gastronomia di questi giorni. Erede dei rituali primaverili precristiani. Come quelli in onore di Adone, dio dei cereali. Nato da una vergine, proprio come Cristo. E come lui, morto e risorto a primavera. In suo onore le donne facevano crescere del grano in piccoli vasi tenuti al buio, i cosiddetti giardini di Adone, che venivano posti sulla tomba del dio. Ne più ne meno di quel che si fa oggi con i nostri Sepolcri del Giovedì Santo, allestiti con piantine di grano pallido. L’evocazione di questo antico simbolismo vegetale è ancora presente in lingue come il tedesco, che chiama il Giovedì Santo Gründonnerstag, letteralmente giovedì verde.

Nel periodo sacro ad Adone era vietato macinare i cereali, perché si credeva che la molitura avrebbe fatto a pezzi lo spirito del dio presente nei chicchi. Perciò in suo onore si consumavano focacce a base di grano macerato per più giorni in acqua aromatizzata da fiori d’arancio. Non può non saltare agli occhi la somiglianza con la nostra pastiera, che evidentemente non nasce dal nulla, ma viene da molto lontano.

Questa antica eredità mediterranea rivive ancora nei nostri luculliani pranzi i squali e nei nostri déjeuner sur l’herbe di Pasquetta. Orge rituali a base di casatielli, tortani, focacce, pasqualine, colombe, schiacciate, torte di formaggio. Un’ autentica liturgia proteica. Che mette fine all’austerità della Quaresima, in cui tradizionalmente era interdetto il consumo di uova, salumi e altre proteine animali. In fondo il tripudio della festa di resurrezione nasceva anche dall’esplosione dei sensi che si prendevano la rivincita sulle privazioni. Tutt’altra cosa rispetto alla nostra civiltà dell’opulenza, che ha spalmato l’abbondanza festiva sull’intero calendario. E ha fatto delle diete la nostra quaresima on demand.

Elisabetta Moro
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