Elisabetta Moro

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Il suicidio delle sirene che porta all’origine di Napoli – il Mattino

16 maggio 2017

Il mito torna sempre sui suoi passi. Così il vaso che racconta l’origine di Napoli è tornato a casa, sia pure in prestito dal British Museum di Londra. È uno stamnos attico, un contenitore per liquidi, del VI secolo a.C., che raffigura l’incontro fatale tra Ulisse e le sirene avvenuto al largo di Positano, fra le isole dei Galli e punta della Campanella. Per l’eroe dell’Odissea, che ha inventato il cavallo di Troia, che è sopravvissuto a tutte le trappole che gli ha teso Nettuno, che ha accecato un cannibale feroce come Polifemo, questa è la partita più difficile. Perché nessuno può resistere al canto e all’incanto delle sirene. Nemmeno il re di Itaca, che vuole ascoltarle, ma non morire.
Così segue i consigli della maga Circe, tappa con la cera le orecchie dei suoi rematori e si fa legare all’albero della nave. Una pensata provvidenziale. Perché appena comincia a sentire le loro voci è rapito e vorrebbe abbandonare la nave, dimenticare moglie, figlio e patria per gettarsi fra le loro braccia.
Ma le corde glielo impediscono. La ragione vince sulla tentazione. E l’Odissea può continuare. L’episodio ha ispirato una delle più importanti opere filosofiche del Novecento, La dialettica dell’illuminismo di Max Horkheimere Theodor W. Adorno, i quali ne fanno l’origine della razionalità occidentale che, sconfiggendo il canto, demitizza il mondo e instaura il dominio della tecnica e del logos.
In realtà Omero non dice quel che succede alle incantatrici messe in scacco. Lo fanno però altri miti e leggende popolari, che colmano la lacuna inventando il sequel. Le tre fanciulle alate, metà donne e metà uccello, rimangono sbalordite. In un istante passano dal ruolo di fatali seduttrici a quello di sedotte e abbandonate. La loro esistenza improvvisamente non ha più senso. Così si lanciano a testa in giù dall’alto degli scogli e i loro corpi vengono trascinati via dalle correnti. Un fotogramma originario che l’artista, passato alla storia come il pittore del suicidio delle sirene, ha impresso a figure rosse nell’immaginario dell’Occidente. In questo senso il vaso del British è un reperto archeologico unico, perché si tratta della più antica raffigurazione di questo episodio mitico, che fa da prologo alla nascita della città del golfo. Con altri capolavori, rimarrà esposto negli scavi archeologici di Pompei fino al 27 novembre nell’ambito della bella mostra Pompei e i Greci, curata dal direttore Massimo Osanna e da Carlo Rescigno, professore di Archeologia classica della Seconda Università.
In realtà con questo mitico suicidio si conclude la storia delle sirene e inizia quella di Napoli. Perché una delle tre ammaliatrici, Partenope, la vergine per antonomasia, approda morente all’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo. E dove viene sepolta e adorata come una divinità. Intorno al suo culto nasce la città che porta ancora il suo nome. Un caso più unico che raro di persistenza dell’identità originaria, che ha resistito a secoli di trasformazioni storiche e religiose. Se, infatti, i milanesi si chiamano ambrosiani da Sant’Ambrogio e i bolognesi petroniani da San Petronio, a rigore i napoletani dopo duemila anni di cristianesimo dovrebbero chiamarsi ianuariani. Invece fanno eccezione, perché neanche l’amatissimo patrono è riuscito a cancellare la memoria remota della fondatrice mitica. Il sangue non ha spodestato il canto. Che rimane un tratto di lunga durata nella storia e nella rappresentazione di questa città cantante. Di fatto la musica è incisa profondamente nel suo genoma culturale. Perché, come diceva il grande musicista tedesco Hans Werner Henze, Napoli è tutta una trama di frequenze sonore. Legata al canto, ha origine dal canto e sfocia nel canto.

Elisabetta Moro
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