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«Fermate il turismo di massa» – il Mattino

19 giugno 2017

Lo storico dell’architettura Joseph Rykwert, uno dei più grandi studiosi mondiali delle trasformazioni urbane, in Italia al festival della Memoria ha parlato di come sono cambiate le città: «Da anni assistiamo alla crescita di megalopoli ingovernabili che si espandono in maniera imprevedibile. I flussi turistici? In alcune realtà sono come uno tsunami»

«Le città credono di essere opera della mente o del caso – sosteneva Calvino – ma né l’una né l’altra bastano a tenere su le mura. Per farlo ci vogliono cuore e memoria». A dirlo è Joseph Rykwert, uno dei più grandi storici dell’architettura del nostro tempo. Il suo capolavoro «L’idea di città. Antropologia della forma urbana», pubblicato nel 1976, ha cambiato il modo di pensare il rapporto tra l’uomo e il suo habitat. Professore di storia dell’architettura a Cambridge e attualmente emerito all’università della Pennsylvania, è autore di opere fondamentali come «La casa di Adamo in paradiso» e «La seduzione del luogo».
Si dice che non esiste dipartimento di architettura sul pianeta dove non ci sia almeno uno dei suoi allievi. Nei giorni scorsi ha preso parte al Festival della Memoria di Mirandola (Modena), patria di Pico il memorioso, invitato dal direttore artistico Giampaolo Ziroldi per un dialogo con Marino Niola.
«Quando scoprii che l’editore inglese aveva inserito nel titolo Anthropology of the City, andai su tutte le furie. Mi consideravo uno storico della città, non un antropologo. Allora telefonai alla mia amica Mary Douglas, studiosa di fama mondiale, che mi rassicurò, dicendomi che nell’arco di vent’anni l’antropologia urbana sarebbe stata insegnata in tutte le università degli Stati Uniti e il mio libro sarebbe diventato un best seller. Aveva ragione lei».
Con i suoi libri lei ha mostrato che c’è una grande differenza tra la città reale e quella percepita e vissuta, proprio come accade con le calure estive. Lei parla di un dissidio fra la ragione e i sentimenti dei cittadini. Per cui le impressioni degli abitanti non coincidono con le cifre sciorinate dai loro amministratori. Che si tratti di sicurezza, pulizia, traffico. Ma anche di bellezza. E ora persino di sovrappopolamento.
«Da anni assistiamo alla crescita di megalopoli ingovernabili che si espandono in maniera asistematica e imprevedibile come Shanghai, Pechino, Mumbai, Lagos in Nigeria, Giakarta in Indonesia e San Paolo del Brasile, dove masse di contadini senza terra si trasformano in cittadini senza tetto».
A confronto Napoli, che non supera il milione e con tutta l’area metropolitana arriva solo a tre, dovrebbe sembrare un paradiso in terra. Eppure chi ci vive la trova eccessivamente affollata.
«Più che sovrappopolata Napoli è densa, sul piano storico, sociale e urbanistico. E non potrebbe essere diversamente, perché è una capitale. Non a caso si è autorappresentata inventandosi un mezzo espressivo tutto suo come la canzone e ha contribuito a scrivere la storia della musica e del teatro europei».
Il teatro è una sua passione?
«Quando da giovane studioso squattrinato vivevo tra Roma e Napoli, per poter assistere agli spettacoli facevo la claque nei teatri. Ho anche visto Totò al Politeama. Credo fosse il ’56 e che lo spettacolo si intitolasse A prescindere. Ma il vero spettacolo era lui. Straordinario. Ricordo che in città c’erano stati dei casi di colera e la sua gag sulla cozza come portatrice di contagio faceva venir giù il teatro».
Tra gli anni Ottanta e Novanta lei ha anche insegnato alla Federico II.
«Mi piaceva molto. Quando chiesi al preside di allora, Uberto Siola, quando scadesse il mio contratto, mi rispose che non aveva scadenza. Uno come te, disse, da noi deve insegnare a vita. Non è andata così, ma ho incassato volentieri il complimento».
Recentemente l’università di Bologna le ha conferito la laurea honoris causa…
«È la nona. La prima me l’hanno data ad Edimburgo. Con me fu laureato anche l’economista Amartya Sen. Con la differenza che lui era appena alla diciannovesima…».
Un’altra questione sul tappeto è quella del turismo di massa, che assedia le nostre città e i nostri gioielli, da Firenze a Capri.
«Questi flussi non hanno precedenti, anche grazie alle navi da crociera. Per anni ho vissuto a Venezia e posso testimoniare che lo sbarco di cinquemila persone alla volta sui moli della Marittima è uno tsunami distruttivo. Soprattutto perché i flussi si concentrano tra piazza San Marco e Rialto. Invece a Napoli i croceristi si mescolano agli abitanti e si disperdono nei vari quartieri. Se non vestissero in canottiera e infradito, un dress code che nel mio club a Londra non è ammesso, nessuno si accorgerebbe di loro».
E i condomini galleggianti che entrano nel delicato habitat della laguna veneziana?
«È un’assurdità molto pericolosa. I cosiddetti modernisti invece le difendono, perché dicono che facciano girare l’economia. Il primo di questa genia è stato Marinetti, che nel 1911 aveva proposto di interrare i canali per consentire la circolazione delle auto. Un’idea che si commenta da sola».
Le fondazioni e le rifondazioni delle città antiche si basavano su rituali precisi che sacralizzavano lo spazio. Le città contemporanee nascono e si sviluppano senza riti?
«Brasilia, che è stata disegnata a tavolino e costruita tutta in una volta, tanto che diversamente dalle città antiche ha una data di nascita precisa, il 21 aprile 1960, ha comunque avuto una fondazione rituale e simbolica. Al punto che, alla morte del presidente Juscelino Kubitschek, che ne era stato in un certo senso il fondatore politico, gli hanno costruito una mastaba come quella dei Faraoni egiziani. Sul sarcofago c’è scritto: O Fundador. Insomma lo hanno trasformato in un vero e proprio ecista, come avrebbero detto i greci».
Il sepolcro della fondatrice mitica di Napoli, la sirena Partenope, si trova alla sommità di Sant’Aniello a Caponapoli. È mai andato lì?
«No, ma sono andato alla fontana di Spina Corona a due passi dal Corso Umberto, per bagnarmi le mani con gli zampilli che escono dai seni della sirena. Il mito è sempre importante, anche quando viene tradotto in nuove narrazioni».
Ad agosto esce la sua autobiografia, «Remembering places», dove racconta le tante città dove ha vissuto. Perché lo ha scritto?
«Perché a novantuno anni sentivo il bisogno di rivivere la mia vita alla luce della ricordanza, come avrebbe detto il vostro Leopardi. In fondo senza memoria la vita non varrebbe la pena di essere vissuta».

Elisabetta Moro
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