Elisabetta Moro

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Ma coniuga impatto estetico e tradizione – Il Mattino

26 giugno 2017

La superstizione è la poesia della vita, diceva Goethe. E se dobbiamo dare credito all’autore del «Viaggio in Italia», allora il corno di sessanta metri svettante sulla Rotonda Diaz potrebbe valere il viaggio. Perché in una città che ha fama di essere l’università della superstizione, giocare con gli stereotipi, trasformandoli in attrattori turistici, può avere un effetto positivo. Il che non vuol dire crederci o trasformare una delle capitali della cultura Europea in una enclave oscurantista. Ma, più semplicemente, significa ripescare dal grande giacimento della cultura popolare, un simbolo millenario come il corno, che risale agli albori delle civiltà indoeuropee.

Queste, da sempre, materializzano in oggetti, riti, gesti e comportamenti, le inquietudini, le ansie, i timori individuali e collettivi. Non per fede o creduloneria, ma tutt’al più per scaramanzia. E forse addirittura per ragioni genetiche, come sostiene Paola Bressan dell’Università di Padova. Che ha pubblicato sulla rivista «Applied Cognitive Psychology» due ricerche illuminanti sulla superstizione come vantaggio evolutivo. Secondo la scienziata, il progresso della specie ha bisogno di un’intelligenza pronta a confrontarsi anche con ciò che è insolito, sorprendente, incomprensibile.
L’esperimento ha dimostrato che i soggetti che coltivano forme di superstizione sono in grado di comprendere la differenza tra il nesso di causa-effetto che sta alla base dei fenomeni e le associazioni tra simboli che, invece, tentano di attribuire significati ad accadimenti misteriosi sui quali, ovviamente, la scienza tace. Almeno per il momento. Ma c’è di più. Per la ricercatrice, lo scetticismo radicale appare addirittura dannoso dal punto di vista biologico e culturale, perché poco elastico e curioso. Doveva esserne profondamente convinto il grande Niels Bohr, uno dei padri della fisica quantistica, che sulla porta di casa aveva un ferro di cavallo. Un giorno un collega incredulo  scandalizzato, gli disse «ma non crederai mica a queste cose!». E lui rispose: «Certo che no, ma mi hanno detto che funziona anche per chi non ci crede».
Superstizioni a parte, la nuova installazione sul lungomare ha tutte le premesse per ripetere il successo di pubblico ottenuto l’anno scorso da Nalbero. E se il rendering realizzato dal Mattino rende giustizia al progetto, l’iperbolico amuleto si preannuncia come un bel colpo d’occhio. Sia dal mare, che da terra. Con un impatto estetico persino migliore del suo predecessore, visto che l’enorme corno rosso potrebbe essere bello anche alla luce del sole, mentre l’abete di tubi innocenti pativa del complesso della lucciola. Rilucente di notte, bruttino di giorno. Infine, va detto che in un contesto di economia reale stagnante e di disoccupazione giovanile agghiacciante, un’impresa che crea posti di lavoro, attrae visitatori, viralizza sul web un’immagine positiva di Napoli, va molto oltre il business privato. Aumenta, infatti, il soft-power dell’intera città, che secondo gli economisti è uno dei primi fattori dello sviluppo turistico. Assieme all’offerta enogastronomica. E in ogni caso non può essere ridotto a un affronto paesaggistico. A un’imperdonabile offesa allo skyline del golfo. Perché la tutela del paesaggio non comporta la sua imbalsamazione. E l’incanto millenario di Partenope non sarà certo spezzato da un corno illuminato dalla luna.

 

Elisabetta Moro
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