Elisabetta Moro

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Da Euripide ai nostri giorni com’è difficile l’accoglienza – il Mattino

14 luglio 2017

L’onda di piena dei migranti si riversa sulle banchine del porto di Salerno, la macchina dell’accoglienza funziona a pieno regime. Ma il flusso inarrestabile degli arrivi alimenta ogni giorno di più la sensazione d’insicurezza nei cittadini. Accresciuta anche dall’indifferenza di un’Europa solidale a parole, ma pilatesca nei fatti. Così la questione degli stranieri rischia di diventare il cavallo di Troia dell’Unione, riproponendo in termini nuovi una questione antica quanto l’Occidente. E cioè se l’apertura all’Altro debba consistere in un’accoglienza senza se e senza ma.
O, piuttosto, in un equilibrio tra i bisogni altrui e i limiti delle nostre possibilità di ricezione. Si tratta di un dilemma che è scritto a chiare lettere nel vocabolario delle grandi civiltà mediterranee. Non a caso parole chiave del presente, come straniero, estraneo, strano, nemico, xenofobia, ospite e perfino ostico, derivano tutte da uno stesso nucleo incandescente. Un magma etimologico che dà origine alla forma e alla sostanza del nostro linguaggio.
Il fatto che nel latino più arcaico una stessa espressione, hostis, definisca sia lo straniero sia il nemico, ma nello stesso tempo anche l’ospite, riflette immediatamente l’indeterminazione del rapporto con l’Altro, che per definizione può oscillare tra l’accoglienza e il conflitto. E lo stesso facevano i Greci che con un solo vocabolo, xenos, indicavano sia lo straniero che l’ospite. Come dire che era la situazione, ma anche il contesto storico e sociale, a stabilire caso per caso se quel forestiero era una persona da tutelare e onorare. O restava un estraneo, nei confronti del quale la comunità manteneva le distanze e non si sentiva obbligata in nessun modo.
La questione era talmente sentita che nelle antiche religioni del Mediterraneo c’era un dio specializzato nel campo dell’accoglienza e respingimento. Era Dioniso, il dio straniero. Fragile e contraddittorio, debole e potente, caritatevole e vendicativo. Ospite non invitato. Spesso indesiderato. Per i Greci era la personificazione stessa del fermento e del disordine, della novità e del caos, che l’arrivo di ogni sconosciuto porta inevitabilmente con sé.
Non a caso questo dio è il protagonista assoluto delle Baccanti di Euripide, che si può considerare a tutti gli effetti la prima tragedia dell’accoglienza. La trama è semplice ed esemplare. Il dio giunge a Tebe per diffondere il suo culto. Alcuni sono pronti ad accoglierlo, altri lo considerano irricevibile e lo vogliono rimandare nelle terre lontane da cui proviene. Di fatto il grande drammaturgo ateniese metteva inscena duemilaquattrocento anni fa il dramma che stiamo vivendo oggi. Con una capacità di anticipare il presente e di raccontare la portata universale di certe questioni, che è tipica dei geni. A lui rende omaggio il raffinatissimo regista Andrea De Rosa che da domani ambienta Le Baccanti nel teatro grande di Pompei,con una produzione dello Stabile di Napoli-Teatro Nazionale. E per una singolare coincidenza che appare piena di senso, l’opera sarà rappresentata contemporaneamente anche nel favoloso anfiteatro di Epidauro, per la regia di Ektoras Lygizos. A riprova del fatto che il tema della diversità e della sua inclusione o esclusione interroga la coscienza della Grecia quanto quella dell’Italia. Entrambe impegnate sulla prima linea di Frontex. Perché l’arrivo dei profughi e dei migranti economici ci pone davanti a un problema etico, ma anche pratico, che richiede di essere governato con grande lungimiranza. E i Romani, che di senso pratico ne avevano da vendere, avevano inventato la tessera hospitalis, un contrassegno che veniva spezzato in due parti quale pegno di amicizia e promessa di reciprocità fra i cittadini e i nuovi arrivati. Che da quel momento diventavano parte attiva di un patto sociale di cui erano corresponsabili. È proprio questa capacità di mediare e calibrare l’ospitalità che sembra mancare alle politiche dell’accoglienza di oggi. Che oscillano pericolosamente tra un estremo ospitale e un estremo ostile.

Elisabetta Moro
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