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Mea culpa. Il dolore dell’umanità – il Mattino

15 Agosto 2017

Sono già trascorsi sette anni dall’ultima edizione dei riti di penitenza. E Guardia Sanframondi è pronta a recitare ancora una volta il più grande mea culpa collettivo d’Europa. Un teatro della devozione e del pentimento che da secoli viene messo in scena per rinsaldare un patto di solidarietà celeste con la Madonna Assunta. La madre contadina che con le sue gote rosse e il suo sguardo benevolo veglia sulla comunità, la protegge dai rovesci della sorte, dona la pioggia, garantisce i raccolti. Ma soprattutto perdona i suoi figli. Che per lei si percuotono a sangue in un dialogo silente, di impressionante coralità. Si dice che i guardiesi e migrati nel mondo, quando non riescono a fare ritorno nella casa dei padri, compiano il rito comunque, anche da soli, in una sorta di memoria remota che li lega al bioritmo religioso del paese. Ma tutti gli altri, quelli che in questo paesino del beneventano ci abitano e quelli che vi fanno ritorno appositamente, questo momento di sacrificio lo vivono insieme. In una sorta di unisono comunitario che, in un’epoca di individualismo di massa e di turbo edonismo, ha qualcosa di miracoloso. Ancor più se si pensa che le persone celano il volto sotto dei lunghi cappucci bianchi che ne occultano l’identità e al tempo stesso mortificano ogni velleità narcisistica o esibizionistica. Come dire che non lo fanno per essere visti, ma perché lo sentono. Solo la grande madre deve sapere chi sono. E lei lo sa.
Nel 2010 i battenti erano un popolo immenso. Novecento persone, che impugnavano la tradizionale spugnetta di sughero dotata di 33 punte, come gli anni di Cristo, e la battevano ritmicamente sul petto, dove il saio candido lascia scoperto lo spazio del sacrificio. Le donne invece avevano un’apertura più alta, verso la spalla, per mantenere celato il seno. In anni più recenti infatti, molte guardiesi hanno sentito il bisogno di partecipare a questo rito, in origine esclusivamente maschile. E vedendole battersi non si poteva fare ameno di chiedersi dove trovassero tanto coraggio e quale angoscia dovessero avere nel cuore.
Per l’intera giornata quel corteo di anime in pena ha sfilato nella calura agostana, suddiviso in due file ordinatissime, per le vie del borgo medievale, come un fiume devoto. Seguito a ruota da altri duemila incappucciati che si flagellavano con discipline di metallo. Il clangore ritmico dei loro colpi saettava nel silenzio attonito della folla accorsa ad assistere. Centoventimila visitatori erano presenti sette anni fa. E altrettanti sono attesi quest’anno per la giornata di domenica 27 agosto. Una partecipazione eccezionale per un paese di cinquemila anime, che fra l’altro da lunedì 21, quando iniziano le processioni nei diversi rioni, triplica i suoi abitanti.
Un’infallibile regia collettiva si ripete a ogni edizione facendo di Guardia Sanframondi un teatro a cielo aperto, in cui ciascuno ha il suo ruolo. Non a caso l’intera comunità partecipa in un modo o nell’altro alla riuscita della rappresentazione. Che ha una componente pittorica di grande fascino nella sfilata dei Misteri. Oltre cento quadri viventi che raffigurano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre all’Esodo, dalla Crocifissione di Gesù alla resurrezione di Lazzaro. Ma non mancano episodi più recenti come il sacrificio del francescano Massimiliano Kolbe che salì su un treno piombato, diretto al campo di concentramento di Auschwitz al posto di un padre di famiglia. O l’assassinio di Monsignor Romero, l’arcivescovo del Salvador, freddato dagli squadroni della morte mentre officiava la messa il 24 marzo del 1980. Ragazzi e bambini, adulti e anziani indossano abiti noleggiati a Cinecittà e per l’intera giornata sfilano con maestosa lentezza mantenendo con fatica posizioni plastiche difficilissime. Fermi in una estenuante fissità. Ma il cardine simbolico di questa sacra rappresentazione è il San Girolamo penitente, patrono dei battenti. Una sorta di fotogramma originario di tutte le mortificazioni corporali, che non a caso apre il lungo corteo. L’incipit dei riti coincide, infatti, con il momento in cui l’asceta del deserto passa davanti alla Cappella del Sangue Sparso, dove i battenti si radunano di primo mattino. È allora che il misterioso capo battente grida il suo comando. «Con fede e coraggio, fratelli, in nome dell’Assunta battetevi!». E ha inizio il teatro del sangue.
Gli incappucciati rispondono colpendosi il petto all’unisono per tre volte. E il rimbombo del loro gesto attraversa la vallata. Stordendo di emozione anche coloro che sono giunti fin qui per mera curiosità.
Quando escono dalla chiesa i battenti sembrano smarriti, cercano di dare ordine ai loro sentimenti e movimenti. Il bianco delle tonache si riga di rosso. E iniziano a risalire le stradine tortuose del paese.
Non smettono mai di battersi, neanche quando si fermano per attenderei compagni e per non sgranare la processione. Se soffia il vento sono costretti a colpirsi più spesso per non fare asciugare la ferita, perché la cicatrizzazione renderebbe più doloroso il contatto con le punte. Ad assisterli ci sono donne anziane vestite di nero, coronate di spine, che versano vino bianco sulle spugnette per impedire che il sangue si addensi. I loro visi severi, da officianti di un mistero doloroso, rendono il dramma del calvario carne viva.
La marcia dei penitenti risale l’abitato fino alla sommità per poi ridiscendere solenne verso la Fontana dell’Olmo, dove avviene da sempre l’agognato incontro con la statua della Madonna.
Il cuore batte all’impazzata e gli incappucciati cadono in ginocchio. Si colpiscono con più forza e la commozione travolge tutti. Credenti e non credenti, curiosi e devoti, cristiani e profani, fotomaniaci e postatori seriali. È un incontro di umanità che si riconoscono in una comune cognizione del dolore. E qui il senso del rito trova una sua diafana e improvvisa trasparenza. Cioè creare la comunità degli umani. Che una volta tanto si scoprono fratelli. E finalmente la domanda «Che ci faccio qui?», che per tutta la giornata ci ha perforato il cervello, trova la sua risposta.
Muta ma eloquente.

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Elisabetta Moro
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