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Narciso dalla fototessera al selfie – il Mattino

27 novembre 2017

La madre di tutti i selfie compie 55 anni. È la cabina automatica, quel baracchino con la tendina, dove abbiamo scattato le nostre prime foto in solitario.
Guardandoci negli occhi, cercando il profilo migliore. Provando e riprovando quell’espressione del volto più vicina all’immagine che abbiamo di noi stessi. E che, guarda caso, non corrisponde mai a quella, dispettosamente obiettiva, dell’obiettivo. Spesso ci siamo accontentati della nostra brutta copia, tanto i documenti rimangono chiusi nel portafogli. Eppure sulle pellicole di quelle macchinette per fototessera sono rimaste impresse migliaia di facce che raccontano la mutazione antropologica del Belpaese. Una galleria d’immagini che inizia nel novembre 1962, quando l’azienda Dedem di Ariccia, in provincia di Roma, installa la prima foto automatica nella Galleria Alberto Sordi di via del Corso, nel cuore della capitale. Per giorni una folla di curiosi si mette in fila per sperimentare l’ebbrezza dell’autoscatto e il piacere di vedere la stampa spuntare d’incanto da una fessura. Il popolo del miracolo economico aveva trovato la sua giostra delle vanità.

Quelle macchine con seggiolino, cortina e gettoniera stuzzicavano il desiderio di immortalare i momenti belli. La nascita di un nuovo amore, il look all’ultima moda, la botta di vita da vitelloni, l’euforia delle estati romane. E proprio al divertimento era destinato quel set fotografico fai da te, che inizialmente non stampava fototessere, ma un nastro lungo in bianco e nero, con una o più immagini. È solo dagli anni Ottanta che il dispositivo fotografico è predisposto anche per il formato documenti. Ma fino ad allora era una sorta di fissatore automatico di immagini a scopo ludico, per collezionisti di souvenir di se stessi.

In realtà la prima cabina totalmente automatica è stata inventa dall’ebreo siberiano Anatol Josephewitz, detto Josepho, emigrato a Los Angeles nel 1921, per fare esperienza con le tecnologie cinematografiche. In poco tempo raccoglie da amici e sponsor undicimila dollari per sviluppare il progetto del Photomaton Photo Booth. Una cifra imponente visto che all’epoca una casa ne costava duemila. Ma l’investimento è giusto.
Nel 1925 piazza a Broadway il suo confessionale immaginifico che per soli 25 cents scatta otto pose. Il successo è travolgente. Si formano file chilometriche di utenti che vogliono giocare con la loro faccia.

Di fatto la cabina delle meraviglie è l’ultimo prodotto di una catena di innovazioni rese possibili dall’invenzione del calotipo di Henry Fox Talbot che, usando il metodo del positivo/negativo, ha reso la fotografia più economica e quindi più democratica. Così nel Novecento si è verificato un salto di scala nella produzione sociale dell’immagine, paragonabile a quello che stiamo vivendo ora con il digitale. Che azzerando i costi di pellicola e stampa, ha di fatto moltiplicato esponenzialmente la dosibile, ha preso d’infilata Julia Roberts, Meryl Streep, Kevin Spacey, Brad Pitt, Angelina Jolie, Jennifer Lawrence, Channing Tatum, Jared Leto, Lupita e Peter Jr. Nyongío. L’immagine di questo collettivo euforico, trasgressivo e demotivo, informale e virale, sfuggito al protocollo ingessato dell’Academy, ha fatto il giro del mondo. Si dice che dietro quell’apparente spontaneità ci fosse la regia occulta e munifica di un produttore di telefonini. Ma questo non rende meno rilevante il fatto che da quel momento tutti, senza limiti di età, si sono sentiti autorizzati a immortalarsi in qualunque circostanza.
E così è cominciata l’era dell’autoritratto 2.0.

Diceva il Cartier Bresson che le fotografie non si fanno con la macchina, ma con gli occhi, con il cuore e con la testa. Oggi, avrebbe aggiunto, anche con l’ego. Perché alla base della crescita esponenziale di selfie c’è senza dubbio il narcisismo di massa contemporaneo.
Una pulsione irrefrenabile che spinge a specchiarsi continuamente nello stagno del villaggio globale. Non semplicemente per vedere riflessa la propria immagine, ma per farsi contemplare dagli altri, dai followers e dagli amici Facebook. Ai quali si spera segretamente e ardentemente di piacere. Non c’è postatore di autoritratti che non controlli compulsivamente il numero dei mi piace. E ogni pollice alzato fa crescere l’autostima. Perché reputazione, celebrità, successo si misurano in condivisioni e like.

Secondo stime recenti, ogni giorno vengono scattati circa cento milioni di selfie. Su Snapchat gli adolescenti si scambiano quotidianamente 400 milioni di foto. E il neologismo selfie, che nel 2013 è stato eletto parola dell’anno, secondo Google e Sysomos viene menzionato sui social network 154 milioni di volte al dì. Da questi dati sembra proprio che l’autoscatto e la sua condivisione siano diventati molto più di una moda. Si tratta piuttosto di una passione-ossessione che fotografa lo spirito del tempo. Perché nell’era digitale è sempre più vero che anche l’occhio vuole la sua parte, soprattutto se si tratta di un occhio costitutivamente guardone come quello del web. Vedere ed essere visti è diventato un imperativo categorico.
E lo share, che una volta riguardava solo i programmi televisivi, si è trasformato in una misura dell’essere, in un rilevatore di presenza, in un certificatore di esistenza. Nel senso che siamo qualcuno solo se la nostra immagine galleggia. Se apparteniamo a una o più community. Narcisismo e non solo, dunque. Perché questa società parallela, fatta di profili elettronici, di doppi digitali, è il segno di un corto circuito tra reale e virtuale. Che rimette in discussione i confini della persona e dell’identità. Sia individuale sia collettiva. Questa socialità immateriale somiglia tanto al tentativo di costruire realtà esistenziali inedite, reti di relazioni dove sia possibile passare dallo scambio degli avatar al rapporto tra persone in carne e ossa. Un nuovo contratto sociale fra selfie-made-men.

Elisabetta Moro
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