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L’integrazione? La realizza a tavola la dieta mediterranea. Marino Niola su il Mattino

12 dicembre 2017

Oggi su il Mattino l’anticipazione della lectio di Marino Niola, che a Fondazione FICO inaugura oggi le Mediterranean Lectures. Vi aspettiamo alle 14!

La dieta mediterranea allunga la vita. Regala benessere e aumenta il tasso di felicità. Perché non è solo un modello alimentare fatto di stagionalità, tipicità e biodiversità. Ma è un modo di vivere bello e buono, che rimette in equilibrio l’ambiente e lo sviluppo. È il riscatto delle cucine del Sud snobbate nei decenni scorsi perché retaggio di povertà, calorica ed economica. E adesso assurte a simbolo alimentare di una nuova idea di economia sostenibile che affonda le sue radici nel passato delle comunità che si affacciano sul Mediterraneo. Una sorta di abbondanza frugale che secondo studiosi come Serge Latouche e Andrea Segrè è la sola ricetta in grado di riparare i danni prodotti dalla bulimia consumistica. Da quell’opulenza spalmata come burro sulla vita del cittadino globale, che ha ostruito le coronarie del primo mondo. Appesantito dall’accumulo delle scorie del benessere, da un eccesso di residui non più metabolizzabili. Proprio come le montagne di rifiuti che assediano le nostre città.

E per definire questo modello ideale, che non è solo nutrizione ma stile di vita, che due scienziati americani, Ancel Keys e Margaret Haney, hanno inventato l’espressione dieta mediterranea. Che compare per la prima volta nella storia nel 1975 nel libro Eat Well and Stay Well. The Mediterranean Way (Mangiare bene e star bene. La ricetta mediterranea) ispirato alla tradizionale sobrietà delle nostre cucine popolari. Senza eccessi, né proteici né calorici. Ma senza demonizzazioni, scomuniche, anatemi. Un’idea del cibo gioviale e conviviale democratica e sostenibile che ha il suo simbolo planetario nell’arte dei pizzaioli napoletani che in questi giorni l’Unesco ha proclamato patrimonio dell’umanità. Insomma, il modello alimentare mediterraneo è il regime del futuro, quello che fa bene al corpo e all’ambiente, alla fisiologia e all’ecologia. Che non sono separabili. Perché oggi la salute del nostro corpo è diventata la cartina di tornasole della salute del pianeta. E viceversa.

Ecco perché abolire “il troppo e il vano” dai nostri piatti ritornando, per quanto è possibile, alle sane abitudini di un tempo, riflette un rapporto rinnovato con i nostri bisogni e desideri. Ma anche una nuova responsabilità verso gli altri, verso la natura e verso le specie viventi. Non a caso non solo i cibi ma le pratiche sociali, l’artigianato, le filiere corte che sono alla base delle nostre eccellenze gastronomiche hanno pesato molto sulla scelta dell’Unesco che nel 2010 ha proclamato la dieta mediterranea patrimonio dell’umanità, proiettandola nel mainstream alimentare del mondo globale. Del resto la dieta mediterranea è globale da sempre. Perché è fatta di mescolanze, di prestiti, incroci, contaminazioni. Anche il piatto più tradizionale, la più identitaria delle tipicità, hanno dentro la traccia dell’altro. Non è a caso che molti degli ingredienti base delle nostre gastronomie vengano da paesi lontani. Sono degli stranieri che ci mettiamo nel piatto. E guai se non ci fossero. I nostri spaghetti al pomodoro non sarebbero mai esistiti senza l’americanissimo tomate, che già tremila anni fa si vendeva in triplo concentrato nelle piazze di Tenochtitlan.  Se le melanzane non fossero arrivate dall’Oriente le parmigiane ce le sogneremmo. Senza dire delle patate, dei peperoni. E del cioccolato. In questo senso ogni ricetta non è altro che una mescolanza di ingredienti diversi che diventano una cosa sola. Come la “minestra maritata” napoletana e l’olla podrida spagnola. O ancora, come le verdure alla “scapece”. Nome e ricetta sono ispano-partenopei ma all’origine c’è il turco sikbâg, e prima ancora l’arabo iskebech, che designano una tecnica nordafricana di conservazione in aceto di verdure, pesci e carne.

Riflessi si una Mediterranean connection che abbracciava la tavola e la politica, le identità e le sensibilità, le tradizioni e le vocazioni. In questo scenario la dieta mediterranea rappresenta una ricetta per vivere insieme, fatta non solo di cibi, ma anche e soprattutto  di valori etici e sociali, di modelli di convivialità, di educazione alla sostenibilità, di propensione allo scambio, di disponibilità all’intehrazione. Insomma, la prova generale dell’umanità di domani.

 

Elisabetta Moro
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