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Il Natale degli altri. Ricca e colorata, viva la tavola – Il Mattino

23 dicembre 2017

Non c’è amore più sincero che l’amore per il cibo, diceva il drammaturgo irlandese George Bernard Shaw. E a Natale questo sentimento diventa virale. Si impadronisce di tutto e tutti. L’atmosfera si fa più dolce e i nostri sensi più accorti. I desideri si intensificano e le porte della percezione si spalancano. Complici le leccornie che tracimano da negozi, mercatini, cesti, scatole, pacchetti.
Cornucopie di una dea dell’abbondanza che ogni anno si ripresenta puntuale come la stella cometa. Da Helsinki a Lampedusa, da Miami a Tokyo. Perché la festa della natività è ormai un appuntamento in cui il rituale religioso e la liturgia gastronomica vanno a braccetto. Ma, se l’abbuffata è d’obbligo, il menu è libero. Come dire, paese che vai pranzo che trovi. Perché la globalizzazione alimentare omologa il nostro pasto quotidiano, rendendoci a tavola sempre più uguali agli altri, ma non è ancora riuscita a mettere le mani nel piatto in cui mangiamo nei giorni di festa. Così la tavola di Natale degli altri continua a sembrarci esotica, inattesa, curiosa.

I francesi mettono in scena il loro répas gastronomique, cioè il pasto gourmet, un monumento alla civiltà della tavola che nel 2010 l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Così iniziano il rito del Réveillon, il Veglione, con un aperitivo. Il top è il kir royal a base di champagne e sciroppo di ribes nero. Seguono gli antipasti, lussuosi e goduriosi. Dalle ostriche al foie gras. O in alternativa il koulibiac au saumon, una pasta sfoglia ripiena di salmone, uova di quaglia, riso e spinaci. Un altro classico bocconcino saporito per iniziare è l’oeufs cocotte curnonsky, cioè fegato di anatra con uova, cotto al forno in una terrina, coperta di un merletto di listarelle di tartufo. Poi viene il piatto forte, solitamente si tratta del tacchino farcito di castagne. Degnamente sostituito dal cappone alla salsa di fegato d’oca. Per dessert non può mancare la bûche de Nöel, che rievoca la tradizione di mettere nel camino un tronchetto d’albero perché arda dal giorno di Natale fino al nuovo anno e porti prosperità alla famiglia. Oggi che i camini scarseggiano il tronchetto di Natale si porta a tavola e si consuma in un lampo. Anche perché la sontuosa pâte génoise, una variante particolarmente morbida di pan di Spagna che si arrotola come una corteccia, assieme alla crema fredda di castagne e vaniglia, rendei commensali voraci come Cip & Ciop.

Anche se la grandeur francese rimane inarrivabile, sia per le tecniche culinarie che per le materie prime, nei paesi dell’Est Europa si compie un rito gastronomico altrettanto ricco di simboli e sapori. La tavola viene decorata con un ciuffo di paglia che rievoca la mangiatoia di Gesù Bambino. Le portate devono essere rigorosamente dodici, come gli apostoli. Ed è obbligatorio assaggiarle tutte. Inoltre, visto che si celebra la notte della vigilia, tutti i cibi di derivazione animale sono banditi. Così la fantasia regna sovrana. I polacchi, un esempio per tutti, durante la loro Wieczerza Wigilijna, prediligono carpe e aringhe.
L’immancabile borstch, cioè la zuppa di barbabietola, la servono con ravioli farciti di verza, cui seguono portate a base di trota, crauti, funghi. Il pane è rigorosamente azzimo. E il pasto si conclude con la kutia, un dolce beneaugurante a base di grano, miele, uvetta, noci e semi di papavero.

In Spagna e nelle sue ex colonie sparse in tutto il mondo, il pasto principale si svolge il 25 dicembre, perciò la carne sovrabbonda. E il lechon, un maialino da latte rosolato per ore, trionfa circondato da piatti a base di prosciutti, tacchino, cappone, montone, cavolo rosso, patate, baccalà. E così dal Cile a Porto Rico e Cuba. Fino alle Filippine, dove la ricchezza è ancora un privilegio per pochi e la festa non può dirsi pienamente riuscita se grassi e zuccheri non abbondano. Così si portano a tavola fiumi di bibite e birra.
Insieme a polli e pesci fritti, spaghetti al pomodoro e polpette. Tutti mangiano a quattro palmenti, perché essere in sovrappeso da quelle parti è un sogno e non un incubo, com’è per noi. I dolci tipici della Navidad ispanica sono i torroni e il marzapane, ai quali fa seguito un catalogo sterminato di fantasie zuccherate. D’altra parte, come diceva lo scrittore francese Guy de Maupassant, solo gli sciocchi non sono golosi.

Ma il Natale più bizzarro è quello nipponico, dove la festa è arrivata come una moda, senza radici religiose e orizzonti teologici. Per loro è semplicemente la festa dei regali. La santificazione dello shopping. Che per loro non sia una festa tradizionale lo dimostra il fatto che sbagliano giorno. E lo festeggiano il 24 dicembre. Si tratta più che altro di una festa in famiglia, per far divertire i bambini e proprio per questo il piatto principale è la cosiddetta torta di Natale. Con la panna a simboleggiare la neve e le fragole il vestito rosso di Santa Claus. Spesso un pupazzetto con barba bianca e aria gioviale viene adagiato tra il pungitopo e le renne di zucchero, con quella grazia da cartone animato che solo i pasticceri nati nel Paese del Sol Levante, perfezionisti e immaginifici, sanno creare. D’altra parte la pasticceria in questo paese elegante, ma tradizionalmente maschilista, è roba per donne e bambini. Gli uomini invece si tengono alla larga da queste smancerie da sesso debole. I discendenti dei samurai preferisce buttarsi sul pollo ultra fritto con doppia impanatura, tipo Kentucky Fried Chicken. Ma il piatto forte è la pizza. In particolare la margherita, che è diventata il simbolo del Natale nipponico, perché ha i colori di Babbo Natale. Incredibile ma vero.
E la commedia degli equivoci non finisce qui. Perché il popolo con gli occhi a mandorla crede che ad inventarla siano stati gli americani. Ma adesso l’Unesco ha rimesso le cose al loro posto e ha restituito a Napoli la primogenitura dell’arte dei pizzaiuoli. Un bellissimo regalo di Natale, per quello che è diventato il confort food più amato del pianeta.

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Elisabetta Moro
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