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La memoria (esaurita) dei social – Il Mattino

11 gennaio 2018

Tanto rumore per nulla. È la conclusione cui è giunta la Libreria del Congresso degli Stati Uniti dopo dodici anni dedicati a collezionare i tweet pubblicati in tutto il mondo. Così, qualche giorno fa, la più grande istituzione culturale a stelle e strisce ha rimandato al mittente una mole impressionante di messaggi che il social network con l’uccellino azzurro era pronto a riversare nei suoi archivi digitali.
E con un comunicato ufficiale, ha dichiarato di possedere già una raccolta significativa di messaggi pubblici, utile per documentare l’esordio e lo sviluppo di questo nuovo fenomeno comunicativo, iniziato con il messaggio di prova di uno dei suoi fondatori, Jack Dorsey, che il 21 marzo 2006 scriveva «Just setting up my twttr»(«Sto sistemando il mio twitter»), che venne immediatamente rilanciato nell’etere da 77.000 persone. Facendo da subito intravvedere le enormi potenzialità del sistema, che oggi vanta 6.000 cinguettii al secondo. Ed è proprio questo tsunami di epigrammi 2.0 che ha fatto saltare i nervi agli archivisti della Library of Congress, che non riescono a trovare strumenti per indicizzare questa immensa memoria. Così, se si inserisce una parola chiave nel motore di ricerca, si può attendere anche un’intera giornata, prima che l’algoritmo spulci tra tutti i messaggi scritti. I video, le foto e i messaggi privati sono esclusi in quanto protetti dalle norme sulla privacy.

La vastità dei temi trattati, la frammentarietà della comunicazione, l’estemporaneità delle esternazioni, il botta e risposta generalizzato, rendono difficilissimo e costosissimo incanalare questo fiume di parole dentro percorsi che abbiano un senso.
Non solo nel presente, ma anche in futuro.

Perché i tecnici, che inizialmente avevano pensato di avere trovato una nuova annalistica, una narrazione sociale dalla quale cogliere i cambiamenti, le mentalità, le trasformazioni linguistiche, si sono invece resi conto che il presunto giacimento di preziose informazioni in presa diretta si è rivelato una sfilza di ci del social network, ma solo quelli postati da una selezione di profili e di hashtag veramente importanti, utilizzando lo stesso criterio adottato per i siti internet. Una presa di posizione che, al di là dei toni diplomatici, secondo Petrusich, cela una certa irritazione: «La frase è elegante, ma il sentimento è: facciamola finita con questa cacca (sic)!!!».

Il fatto è che l’immediatezza del mezzo e l’ipertrofia delle memorie digitali ha stuzzicato il narcisismo di tanti, la logorrea di troppi e il protagonismo di tutti. Col risultato che accumuliamo enormi stock d’informazioni.
Salvo scoprire che senza oblio non c’è neanche memoria. Perché, come diceva il poeta Rainer Maria Rilke, importante è ricordare, ma ancor più importante è dimenticare. All’alba della rivoluzione digitale l’idea di una memoria infinita e incancellabile, sempre accessibile e soprattutto imperitura ci ha incantati solleticando il velleitarismo di homo digitalis. E gratificando la voglia di restare per sempre negli occhi e nella mente della rete. Così abbiamo finito per linkare le nostre esistenze e diffonderle urbi et orbi per tramandarle ai posteri. Col risultato di taggare la vita.
Ma ora che le nostre chat sono strapiene, le pagine Facebook ridondano di futilità, i post da leggere sono troppi per le nostre forze, ci ritroviamo sovrastati da ricordi che non ricordiamo. Souvenir a lunga conservazione per un popolo di smemorati.
Memorizzare, infatti, non consiste semplicemente nell’immagazzinare e custodire quante più informazioni possibili. Si tratta piuttosto di costruire un filtro selettivo che elimini l’eccesso e strutturi l’essenziale in un’architettura funzionale al ricordo. Un teatro della memoria, come lo immaginavano i teorici delle memotecniche rinascimentali, come Giulio Camillo. E dove andare a prendere di volta in volta il mattone che ci serve. E poi c’è anche il diritto all’oblio. Proprio e altrui. Interi pezzi delle nostre vite digitali andrebbero accartocciate e gettate nel cestino. Per creare spazio, per far filtrare nuova luce, per respirare un po’ meglio.

Insomma la questione sta diventando una vera emergenza, perché la bulimia comunicativa e la potenza dei dispositivi rammemorativi rischiano di far imploderei criteri e le funzioni che selezionano quel che va ricordato e quel che va dimenticato. Le narrazioni importanti dalle facezie. Rendendo impossibile creare un indice, che come dice la parola stessa, indica dei punti più rilevanti di altri. Degli snodi della storia, individuale e universale, che valga la pena di mettere a fuoco. Altrimenti si finisce per scambiare il chiacchiericcio digitale per una testimonianza fondamentale. Il futile per l’utile. Il virtuale per il reale.

Elisabetta Moro
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