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Perché Fontana è un razzista che ignora la Costituzione – il Mattino

17 gennaio 2018

«La nostra razza bianca è a rischio». Lo ha detto Attilio Fontana da i microfoni di Radio Padania entrando a gamba tesa in campagna elettorale. Per fare breccia nel cuore di quella parte di cittadini spaventati dalle migrazioni, dalla globalizzazione, dalla crisi economica e che sotto sotto la pensano come lui. Il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Lombardia si è inizialmente giustificato dicendo che si è trattato di un lapsus.

Poi a sua discolpa ha chiamato in causa la Costituzione. Dove, all’articolo 3, è scritto che tutti i cittadini sono uguali senza distinzioni di razza. Ma l’argomento non sta in piedi. Perché in realtà la parola utilizzata sarà pure la stessa, ma il suo senso è esattamente l’opposto. I padri costituenti, infatti, inserirono nel testo il riferimento alla razza come antidoto esplicito contro le leggi razziali, ma sarebbe meglio dire razziste, del ’38. Che esclusero gli ebrei dalle università, dagli ospedali, dagli impieghi pubblici, e che legittimarono quel clima antisemita che ha reso possibile la deportazione di 44 mila Italiani nei campi di sterminio. Erano ebrei, zingari, testimoni di Geova, portatori di handicap, omosessuali e antifascisti. Quindi, a rigore la nostra Costituzione invita proprio a non fare mai più l’errore di distinguere e discriminare le persone in base a quelle ideologie pseudo-scientifiche che teorizzano l’esistenza di razze diverse. Migliori e peggiori, autoctone o straniere, inferiori o superiori.

Dopo lo schiavismo, il genocidio degli Armeni, l’olocausto, l’apartheid del Sudafrica, la pulizia etnica della ex Jugoslavia e del Ruanda dovremmo avere imparato che qualsiasi termine metta in relazione il patrimonio genetico con la dignità della persona, di fatto alimenta ragionamenti e comportamenti razzisti. Perché a fare l’uomo non è la sua biologia, ma la sua cultura. E le due cose sono del tutto indipendenti. Lo prova il fatto che il 99% del nostro Dna è comune a tutti gli altri individui del pianeta. E quello che ci fa italiani – la lingua, le tradizioni, i costumi, i valori, i gusti – non si eredita dai geni, ma si acquisisce vivendo con altre persone che tramandano questo patrimonio immateriale. Peraltro in continuo cambiamento.

Il problema è perché le smentite scientifiche non sono in grado di scalfire la forza di questo mito politico, che continua a funzionare come un primordiale algoritmo dell’esclusione. Che sposta di volta in volta la soglia della differenza trasformandola immancabilmente in disuguaglianza. E individuando sempre nuovi bersagli. Un mito politico che, fra l’altro, è stato all’origine proprio della nascita del partito nel quale milita Fontana, la Lega Nord, che ha sempre soffiato sul fuoco dell’antimeridionalismo e della xenofobia, fratelli-coltelli di quel razzismo latente, ma presente, in una parte degli elettori lombardo-veneti e non solo.

La questione di fondo insomma resta la sproporzione tra l’assoluta inconsistenza scientifica del termine razza e la sua straordinaria capacità di persistenza storica e politica. Il primo a denunciare questa sproporzione fu il più grande antropologo del Novecento, Claude Lévi-Strauss che nel 1952, su invito dell’Unesco, scrisse un prezioso pamphlet su usi e abusi della parola razza intitolato Razza e storia. Dove dimostrava come si tratti di un falso mito, che usa il linguaggio della biologia per iscriversi sui corpi e colonizzare le menti. Legittimando esclusioni, persecuzioni, pogrom, marginalizzazioni, sottomissioni. Il padre di questo falso mito è stato Joseph Arthur Gobineau, che nel 1853 pubblicò il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, la bibbia del razzismo moderno, che applicava ai gruppi umani un termine usato per le razze animali. Infatti, la parola deriva dal francese medievale harraz, che era riferito agli allevamenti di stalloni da riproduzione. Un’etimologia belluina, che applicata all’uomo ha prodotto di fatto una deumanizzazione degli individui. Che oggi si nasconde spesso dietro parole apparentemente meno impresentabili, come cultura o come etnia. Usandole di fatto come foglie di fico.

Ecco perché anche se Fontana avesse detto che ad essere in pericolo sono la cultura bianca o l’etnia italica, la sua sarebbe stata comunque un’affermazione volgarmente razzista. Che ha l’effetto devastante di sdoganare atteggiamenti inqualificabili e di vanificare quell’atto di resipiscenza civile che per settant’anni aveva escluso la parola razza dal lessico politico, considerandola giustamente un’eredità infamante. Invece adesso una politica che ha
perso il senso del pudore e quello della responsabilità addirittura rivendica l’uso di questo concetto incivile. In barba alla scienza alla coscienza e alla decenza.

Elisabetta Moro
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