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Lévi-Strauss, una corrispondenza d’amorosi sensi Malinconie di un antropologo che scrive alla famiglia – il Mattino

3 marzo 2018

«Il viaggio è andato bene, con un po’ di malinconia all’inizio, ma passa in fretta quando si guarda scorrere il paesaggio». È quel che scrive ai genitori il giovane Claude Lévi-Strauss appena partito per il servizio militare. Poche righe dalla stazione di Strasburgo in una mattina assolata dell’ottobre del 1931. Quel tono malinconico accompagnerà tutto l’epistolario intercorso tra il celebre antropologo francese e la famiglia. Il suo amore per la solitudine, infatti, non gli impedisce di sentirsi solo. Nemmeno quando si trasferisce a Mont-de-Marsan, per insegnare filosofia al liceo, o quando parte per il Brasile nel 1935 per la missione etnografica che cambierà la sua vita, facendolo innamorare dei primitivi. Oppure quando fugge dall’Europa occupata dai Nazisti e si rifugia a New York. Il suo pensiero quotidiano è tenere di buon umore mamma e papà, rimasti nel Sud della Francia, raccontando le sue avventure quotidiane.

Questa settimana l’editore Il Saggiatore manda in libreria Lettere ai genitori 1931-1943 (427 pagine, 27 euro), curato dalla moglie Monique e tradotto da Massimo Fumagalli. Una corrispondenza d’amorosi sensi, che rivela la natura profonda di uno dei più importanti maître à penser del Novecento, mancato nel 2009 all’età di cento anni. Missive personali, che raccontano un giovane uomo che un giorno avrebbe vestito l’alta uniforme di Accademico di Francia. Attento agli individui e al tempo stesso ai sistemi che regolano le società, ai costumi e alle mentalità, ai miti dei selvaggi come a quelli dei colleghi universitari. Lui, che era stato segretario generale della federazione degli studenti socialisti francesi. Che aveva filmato i Bororo del Mato Grosso durante le celebrazioni dei loro funerali danzanti ed esorbitanti con un superotto traballante come il suo stato d’animo. Raffinato, distaccato, entomologico, acuminato, snob e al tempo stesso instancabilmente interessato a quella sostanza malleabile e imperscrutabile che è la natura umana. Proprio lui traspare, come mai prima d’ora, da queste pagine personali.

Racconta la sua prima volta a Barcellona, dove l’architettura modernista di Gaudí lo lascia esterrefatto. «Vi sono immobili interamente ricoperti di mosaici multicolore, chiese i cui campanili terminano con giganteschi fiori di ceramica, case rigogliose di vegetazione in ferro lavorato (…) tutto è talmente folle da non sembrare nemmeno più architettura; si direbbero delle enormi esplosioni di buon umore».

Le lettere da New York mostrano l’evoluzione delle sue opinioni nei confronti degli Stati Uniti. Il primo anno ne è entusiasta, ama passeggiare per quel grande bazar multietnico. Apprezza l’abbondanza di cibo a buon mercato. Passa le notti nelle sale da ballo di Broadway per vedere il popolo di Harlem ballare come in un rito di possessione. Le acrobazie di quelle ragazze vestite con piccoli abitini cuciti con le loro mani, che volteggiano in aria come trapeziste senza rete, lo incantano. Si diverte a condividere il tavolo della biblioteca con un indiano vestito di pelli di bisonte e con il diadema di piume come Cavallo Pazzo. Ma già a partire dal secondo anno l’esilio comincia a pesargli. Il 16 febbraio 1942 scrive «Malgrado il modo davvero magnifico in cui sono stato accolto qui, non mi faccio nessuna illusione e sono del tutto risoluto (o quanto meno lungimirante) nel restare un semplice passeggero – diretto dove lo ignoro. Spero soltanto di essere sulla strada del ritorno». Al cinema, la sua grande passione, vede in anteprima Il grande dittatore. Chaplin che fa volteggiare il mondo sul preludio del Lohengrin gli sembra prodigioso. E spera di poter tornare presto a casa.

Elisabetta Moro
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