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Il racconto della Passione tra miti e processioni – il Mattino

28 marzo 2018

Resurrezione del dio e rinascita della natura. Pasqua è la vera Sagra della primavera. Dove il dogma cristiano della passione si innesta su un antico simbolismo mediterraneo della vegetazione e delle sue fasi. Semina, fioritura, raccolto. Un rito di passaggio che coinvolge uomini e piante, divinità e figuranti, penitenti e salmodianti. Non a caso la parola ebraica Pesah, da cui derivala nostra Pasqua, significava passaggio. Una rigenerazione collettiva che trova nel Cristo morto, portato solennemente in processione per le vie delle città e dei borghi, il suo emblema.
L’ incarnazione del martirio di un uomo e al tempo stesso il racconto delle sofferenze di tutti. Raffigurate in un corpo trafitto, martoriato, vilipeso. Velato. Come il capolavoro di Giuseppe Sanmartino. Quel Cristo velato che, esanime, coperto da un sudario pietoso, giace al centro della Cappella Sansevero di Napoli. E che, in questi  giorni, commuove ancor di più del solito.
Eppure la crocifissione non racconta una fine. Ma annuncia un nuovo inizio. Proprio come fanno quelle piantine di grano pallido che a partire dal Giovedì Santo occupano i Sepolcri  allestiti nelle chiese campane.
Cresciute nell’ oscurità luttuosa dell’inverno, si affacciano timidamente alla vita. Fili fragili che diventeranno rigogliosi, forti e carichi di spighe dorate. La loro presenza discreta non deve ingannare. Non sono semplici piante decorative. Piuttosto una scheggia precristiana rimasta confitta nelle pieghe della nostra storia. Nel ciclo liturgico della Settimana Santa, soprattutto al Sud, sono ancora leggibili le tracce di antichi culti pagani dedicati alle divinità che simboleggiavano gli snodi fondamentali del calendario astronomico.
La nostra Pasqua non  sarebbe comprensibile senza ricondurla entro un più antico modello cerimoniale mediterraneo fondato sul motivo del dio che muore e rinasce. E su quello della madre in lutto.
Perché, senza nulla togliere ai meriti del Nazzareno, quando questo giovane uomo risponde all’appello della storia, almeno altre tre divinità lo hanno  preceduto risorgendo. Il primo è Tammuz, che nell’antica Babilonia, oggi Siria, veniva considerato il figlio della dea Ishtar ed identificato con lo spirito del frumento. Nell’antico Egitto c’era già stato Osiride, il patrono della resurrezione e della vegetazione. Tant’è vero che le sue immagini erano fatte di argilla, incenso e grano. E venivano sepolte nel periodo della semina per propiziare il raccolto.
In Grecia e in Medio Oriente, invece, si adorava il giovane dio Adone, figlio di Venere, che ogni anno spirava gettando nel cordoglio più cupo i suoi seguaci.
Ma, immancabilmente, il giorno successivo risorgeva e saliva in cielo. Mentre le macchie del suo sangue sparso si trasformavano in mille papaveri rossi, che ondeggiavano beneauguranti tra le messi. Proprio per questo giovinetto divino le donne facevano crescere il grano al buio  in recipienti di fortuna, che chiamavano i giardini di Adone.
Miniature della terra. Cosmorami bonsai che ospitavano lo spirito del sacrificio. Assolutamente identici a quelli presenti ora nelle chiese. Che, per tradizione, in questi giorni vanno visitate nel numero di sette. Proprio come le spade infilate nel petto di Maria.
Durante le Adonie, le feste in onore di questo fanciullo divino, vigeva il divieto di macinare il grano, perciò veniva messo a macerare nell’acqua di fiori d’arancio. Che è il procedimento tradizionale della pastiera.
L’emblema della Pasqua campana. Un dolce che non è un dolce. Ma una devozione gastronomica alle divinità della primavera.
Senza questo passato ricco di  simboli e significati non si comprenderebbe il senso, religioso e non solo, di questa liturgia del dolore. Invece, nella statua del Cristo deposto, circondato dalla Mater dolorosa, dalle Marie che piangono come prefiche della Magna Grecia e da bambini vestiti da angioletti smarriti, è racchiusa l’ essenza della pietà umana. Un autentico modello per la sofferenza. Ecco perché la teatralità delle  processioni campane, e più in generale di quelle del Mezzogiorno, le trasforma in teatri di strada per anime sensibili.
Palcoscenici del pathos e al tempo stesso macchine della commozione. Infondo si tratta di un’ occasione speciale per fare i conti con le proprie emozioni.
Perché le celebrazioni pasquali sono gli ultimi grandi rituali collettivi. Per laici e credenti. Esteti e snob. Ecologisti e folkloristi. Turisti e cittadini. A ciascuno il suo.
A Procida il sacro teatro della passione celebra i suoi fasti nella processione del Venerdì Santo. Con l ’isola che viene destata alle prime luci dell’ alba dagli squilli laceranti della tromba e dal  battere lento e ripetuto del tamburo, che annunciano il martirio del Salvatore. Poco dopo le strade vengono invase da una interminabile processione cui partecipa l’intera cittadinanza.
La costiera amalfitana e sorrentina diventano uno scenario mirabolante per la passione del Redentore. Ad Amalfi, Sorrento, Massa e Vico Equense le processioni delle diverse Confraternite, spesso celate sotto iperbolici cappucci, trasformano la lussureggiante natura della “terra dove fioriscono i limoni” in una quinta botticcelliana della resurrezione.
A Sessa Aurunca e ad Agnone in Cilento, invece, è il Miserere cantato in polifonie strazianti a far  crescere la commozione e a scuotere le coscienze, come solo le voci oranti sanno fare.
In Irpinia, a Montemiletto, Lapio e Cesinali, la Via Crucis si fa ancora più lontana dalle astrazioni della teologia  e diventa più vicina alle esperienze delle persone comuni. Con tanto di sacra rappresentazione che mette in scena anche i ladroni in carne ed ossa. Lo specchio rovesciato del figlio di Dio.
«In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto» dice Gesù nel Vangelo di Giovanni. Ribadendo, con questa metafora, la sua provenienza da quel mondo mediterraneo che nel racconto del Dio che risorge ha sempre visto la  natura che si risveglia. Non a caso la Pasqua cade nella domenica che segue il primo plenilunio dopo il ventuno marzo. Come dire che celebra, a modo suo, l’equinozio di primavera. E che vi sia un gioco di rifrazioni tra le credenze più antiche e le religioni di oggi non vi è dubbio alcuno. Diceva il grande storico delle religioni Mircea Eliade che «nessuna religione è completamente nuova, nessuna abolisce completamente il passato». Tutte rispondono ai bisogni degli uomini. In questo senso i riti pasquali danno un orizzonte di senso al soffio della natura che è in noi e intorno a noi.

 

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Elisabetta Moro
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