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Una cultura ancestrale che annulla le donne – il Mattino

11 maggio 2018

Vite parallele di due giovani pakistane-italiane. Potrebbe intitolarsi così la tragica fine di Sana Cheema e Hina Saleem. Destini identici per queste due ragazze cresciute a Brescia che sognavano la libertà e che invece sul loro cammino hanno trovato un padre padrone.

Sana si è opposta con tutte le sue forze a un matrimonio combinato con un parente. Ma l’uomo che l’aveva messa al mondo ha creduto di avere il diritto di vita e di morte sulla venticinquenne ribelle. Così l’ha caricata su un aereo e l’ha riportata in Pakistan. Ma, visto che non riusciva ad imporle la sua volontà, le ha spezzato il collo, come recita gelidamente il referto dell’autopsia. Dopo una sepoltura frettolosa coperta sotto una miriade di bugie, ieri Ghulam Mustafa ha confessato la terribile verità. Il 18 aprile, il giorno prima del rientro in Italia, non riuscendo a piegare la figlia, l’ha spezzata. Letteralmente. Ad aiutarlo, per sua stessa ammissione, c’erano anche il figlio Adnan e il fratello Mazhar Iqbal. Ora sarà il tribunale pakistano a giudicare i tre, che rischiano l’ergastolo, se non addirittura la pena di morte.

Dodici anni fa Hina, che proprio come Sana proveniva dal distretto di Gujrat, una zona rurale nel nordest del paese, ha subito la stessa sorte. Si era sottratta alla tirannia di un padre che la voleva timorata di Allah e non tollerava la sua condotta troppo libera, troppo occidentale. Dopo anni di litigi e di scontri la ventenne aveva trovato l’amore ed era andata a convivere con il fidanzato bresciano, non musulmano. Era troppo, per il dispotico genitore. Che non riuscendo a mettersi il cuore in pace, un giorno l’ha invitata a casa per salutare un parente arrivato dal Pakistan. Hina, che forse sperava in una riconciliazione, ha accettato. E piena di speranze è andata incontro al suo tragico destino. Il padre Mohammed e lo zio Muhammad la attendevano insieme a due cognati. Per porre fine alla sua ribellione e ripristinare l’onore della famiglia l’hanno uccisa con venti coltellate e l’hanno sepolta nel giardino di casa. A ritrovarla, offesa e vilipesa, sotto quelle poche palate di terra che le avevano buttato sopra alla svelta è stato Giuseppe Tempini, l’operaio trentenne che l’amava davvero. La madre e i fratelli della ragazza, tornati precipitosamente dalle vacanze nel paese d’origine, non presero le difese di Hina. Colpevole di aver disubbidito alle regole non scritte della famiglia.

Al processo di primo grado, mi raccontò allora la collega antropologa Anna Casella dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che fece parte della giuria popolare, gli avvocati difensori cercarono di appellarsi ad un preteso diritto culturale. Alzando il passaporto dell’imputato, dissero che non andava processata una cultura che si regge su usi e costumi diversi dai nostri. Cercarono insomma di usare in maniera strumentale quel principio di rispetto tra le culture che va sotto il nome di relativismo culturale. Ma lo usarono in maniera incongrua. Perché nemmeno in Pakistan la legge contempla il diritto di uccidere una figlia che rifiuti un matrimonio combinato. Non era lecito al tempo di Hina, Non è lecito ora che è toccato a Sana. E comunque in Italia il codice vigente è uno solo. Ecco perché il tribunale italiano prese l’unica decisione possibile. In uno stato di diritto, infatti, la cultura tradizionale di provenienza non può essere considerata un’attenuante. Così nel 2007, il padre e i due cognati furono condannati, con rito abbreviato, a trent’anni per omicidio aggravato dalla premeditazione e dai motivi abbietti. Nonché per occultamento di cadavere. Reato per il quale venne condannato anche lo zio della ragazza, che ha già scontato la pena.

Vite parallele. Eppure tra queste due storie una differenza c’è e non da poco. Oggi, infatti, la comunità pakistana di Brescia, composta di dodicimila persone, ha chiesto giustizia per Sana e si è schierata in maniera chiara contro suo padre. Il portavoce Jabran Fazal ha detto “Chi ha sbagliato deve pagare, nessuno pensi che siamo conniventi o che approviamo questo orrore”. Forse queste due nostre concittadine non sono morte del tutto invano. E i loro nomi resteranno come due pietre miliari nel lungo cammino dell’integrazione culturale e del diritto di autodeterminazione delle donne. Care Hina e Sana, riposate in pace.

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Elisabetta Moro
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