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L’avatar con le labbra al botox che fa opinione – il Mattino

18 luglio 2018

Per influenzare gli altri bisogna essere qualcuno. Anzi non più. Ora basta essere un avatar. Tant’è vero che nella classifica delle dieci persone più influenti del web, stilata da Time, c’è una “non persona”. Il suo nome è Lil Miquela. Una millennial fotogenica, glamour e decisamente perfetta. Occhi maliziosi, nasino all’insù, lentiggini, frangetta e due chignon ai lati della testa. In un paio d’anni ha scalato le classifiche degli opinionisti del pianeta interconnesso, piazzandosi accanto a popstar come Rihanna, che su Instagram ha un seguito di sessantatrè milioni di persone. O come i Bts, una band di culto coreana, che viene letteralmente cannibalizzata da dodici milioni di followers che si nutrono di qualsiasi foto, video, nuove canzoni pubblichino sui social e nell’arco di una giornata le fanno diventare virali.

O come Naomi Watanabe, la stella giapponese di internet, paladina della causa femminista, con otto milioni di fans. Nella classifica del settimanale americano compare anche un pezzo da novanta come il presidente Donald Trump. Molto più che un influencer, visto che con la mano destra twitta messaggi al fulmicotone, mentre tiene la sinistra sul pulsante rosso dei missili nucleari.

Il fatto è che Lil, conosciuta anche come Miquela Sousa, non è effettivamente reale. È un simulacro virtuale “le cui origini e i cui scopi sono piuttosto misteriosi” recita il suo profilo Instagram. Quel che è certo è che con i suoi due milioni di followers ha un grande successo come testimonial di moda. E non è un caso che sia amatissima dal mondo del fashion, che dello scarto tra essere e sembrare ha fatto il suo business. La bellezza aumentata di Miquela, infatti, la rende perturbante e per il momento anche unica. Nell’ultima Fashion Week di Milano, Prada ha scelto lei per le animazioni in internet. Ma Miquela ha trovato lavoro anche da Tesla, Moncler e Vans. Ogni volta che appare sulla copertina di una rivista, come King Kong, 032c o Wonderland lei posta la foto e racconta in prima persona la sua soddisfazione. Di recente si è fatta ritrarre mentre assaggiava un gelato. E la reazione è stata surreale. Molti si sono chiesti come fosse possibile. Ma lei li ha brasati tutti. “Un robot non può mangiare? Lasciatemi in pace, non ho bisogno di questa negatività”.

Niente male per un essere che non è, per un’esistenza che è sola apparenza. Ma è proprio così, come ci insegna da sempre la filosofia? Forse non più, perché il web sta cambiando le categorie stesse della realtà. Per cui una persona digitale non ha bisogno di carne ed ossa per essere reale. E Lil Miquela ci dice proprio questo. Come quando si posta seduta a cavalcioni tra una lavatrice e un’asciugatrice che ha appena donato personalmente a un centro antiviolenza sulle donne. Essere qualcuno significa pensare anche agli altri. E il buon esempio lo dà spesso e volentieri. Sostiene il movimento antirazzista Black Lives Metter, combatte l’islamofobia crescente, difende i rifugiati, è a favore di leggi più restrittive sulla vendita delle armi. Insomma la ragazza pensa e agisce politically correct. Entra ed esce continuamente dalla realtà. Vive come l’eroina di una serie tv, tra servizi fotografici, vernici esclusive, tatuaggi, accessori trandy, vestiti firmati, caffè con le amiche e selfie con i vip. Ma “sperimenta” anche momenti di malinconia tra i cuscinoni di un letto vuoto. O ricordando le lunghe chiacchierate con Sara, l’ex amica del cuore, che non capisce come lei possa accettare con naturalezza il fatto di essere stata creata in un laboratorio. E che la sua memoria umana sia tutta inventata. Interrogazioni esistenziali alla Blade Runner 2049.
Molti la scambiano per una ragazzina come tante, levigata, truccata, abbigliata e fotoshoppata con la stessa seriale ripetitività. La ammirano e la imitano. E proprio qui sta il problema. In realtà Lil Miquela è troppo comune per essere umana. Troppo iperreale per essere reale. E il suo essere una, nessuna e centomila rovescia la domanda al di qua dello schermo. E ci mostra quanto la realtà virtuale stia formattando i nostri corpi e le nostre menti, trasformandoci in replicanti ragionevoli. Insomma, il problema non è Lil in sé, ma Lil in noi.

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Elisabetta Moro
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