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I misteri della luce pitagorica – il Mattino

3 agosto 2018

Le lucerne tremano nell’aria per trattenere il tempo. E lui, prima rallenta la sua corsa, poi si ferma nei vicoli del Casamale. Riconsegnando gli antenati ai cittadini di Somma Vesuviana, che li accolgono sotto i pergolati di felci per una cena consolatoria. Dai balconi pendono zucche con le orbite vuote e la bocca spalancata. I lumini vacillano lugubri in quelle cape di morto, che come tante vanitas contadine, ricordano che il tempo fugge.

Un silenzio solenne rende tutto irreale. Non c’è musica. Non c’è ballo. Non c’è canto. Solo il passeggio dei vivi che assistono alla rievocazione di scene di vita popolare. Curiosano tra i venditori di oggetti desueti come tamburelli, triccabballache e putipù. Quegli strumenti musicali che hanno fatto la gioia del quarto stato e che risvegliano anche la nostra. Perché in realtà quei suoni schietti toccano le corde più profonde, fanno vibrare persino il nostro io individualista. È come se ci rimettessero in mezzo agli altri. Come se ci ricordassero che in fondo, noi Italiani, veniamo tutti da lì. Dalla campagna.

Su quel versante del Somma, che l’eruzione del 79 dopo Cristo ha separato dal Vesuvio come un gemello siamese, il rapporto con la terra bruna viene da molto lontano. I Romani avevano edificato le loro ville. Gli Angioini ci andavano in villeggiatura e nel loro castello celebravano feste. Gli Aragonesi hanno fortificato con mura possenti l’intera cittadina, il cosiddetto Casamale, perché da quella altezza potevano dominare l’intera vallata. Tutti hanno goduto dei prodotti di questa terra vulcanica, rigogliosa, generosa, che carica di vita i suoi frutti. E le sue genti. Ma che, al tempo stesso, incombe come una spada di Damocle sulle loro teste. E forse proprio qui sta la chiave della Festa delle Lucerne che, contrariamente a quel che è accaduto nel resto della Campania e di buona parte del Mezzogiorno, continua ad avere con il passato e con l’idea stessa di sopravvivenza un rapporto del tutto speciale. Raffigurato da quei pupazzi di pezza, solitamente coppie, che rappresenterebbero una sorta di progenitori clanici. A volte, invece, vengono interpretati da persone in carne e ossa, quasi sempre maschi, che si travestono da uomini e donne del passato. Gli basta vestirsi un po’ demodé, purché lo scarto del tempo sia lampante. Mangiano e bevono catalanesca, scherzano e parlano. In una sorta di second life. Illuminati da una miriade di lumini di terracotta alimentati ad olio. Che, prima dell’invenzione della corrente, erano i led del Mediterraneo. La forma è identica agli esemplari che si trovano nei musei archeologici. Capienti come il pugno di una mano, un beccuccio sporgente e uno stoppino. I Sommesi li collocano con maestria dove la luce batte l’arco di una finestra antica, tra le colonne di un portico, dove un mulo ha abbandonato la sua mangiatoia, dove un santo ha ancora la sua nicchia, dove una madonnina importata da Lourdes è stata aggiunta al pantheon dei santi in paradiso che proteggono la comunità. Ma soprattutto, li dispongono a centinaia su supporti geometrici di legno. Quadrati, triangoli, cerchi e rombi. Sembra che obbediscano alle leggi di una segreta luminotecnica pitagorica. E collocano questi ostensori popolari al centro dei vicoli, l’uno di seguito all’altro, così che la scia di luce insegue la fuga prospettica.

Oggi è difficile dire perché tanta originalità concentrata tutta in un solo luogo. Le ipotesi sono tante e forse nessuna spiega l’intero fenomeno. Una cosa però è certa. Se questa festa resiste all’appiattimento cerebrale delle sagre, è anche grazie al revival folk degli anni Settanta e all’entusiasmo che le ipotesi etnologiche di Roberto De Simone hanno saputo suscitare. Riscoprendo culti di Bacco e di Priapo che sottotraccia sarebbero sopravvissuti al cristianesimo. Difendendo d’ufficio la dea Diana dalla Madonna della Neve, che ne avrebbe usurpato il trono. Così, si diceva allora ed è bello ricordarlo oggi, che le felci, simbolo della divinazione attraverso i sogni, erano un classico attributo della dea cacciatrice, protettrice della vegetazione e anche della salute. E, guarda caso, proprio “della Salute” era la prima madonna ospitata nella centralissima chiesa della Collegiata. Tutto è possibile, perché la storia delle religioni avanza per accumulazione e per riscritture. È tutta un furto con scasso.

Ma allora, se questo è vero, anche un’altra ipotesi è possibile. Quelle lucerne possono venire da un’altra lontananza. Da quella Giudecca che lambisce le mura del Casamale, dove nel Cinquecento un’enorme comunità ebraica, in seguito alle disposizioni di Re Ferdinando e di don Pedro de Toledo, si convertì al cattolicesimo per non essere esodata dal Regno. E forse non rinnegò del tutto la menorah, il candelabro a otto bracci, ma la rivestì amorevolmente di un’altra luce.

 

Elisabetta Moro
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