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Rivoluzione Gutenberg è la stampa, bellezza – il Mattino

28 settembre 2018

«Ci sono invenzioni in grado di cambiare il mondo. Tra queste hanno un posto speciale la polvere da sparo, la bussola e la stampa». Diceva il filosofo Francis Bacon. «Nessun impero, nessuna setta e nessuna stella, hanno saputo fare di meglio». Forse di paragonabile c’è solo la rivoluzione digitale che è appena iniziata.

Quel che è certo è che c’è voluto del genio per ideare l’ars artificialiter scribendi, cioè l’arte di scrivere artificialmente, senza usare la mano, senza impugnare la penna, calibrare il tratto, compiere delle giravolte sulla carta. Un nome per tutti Johann Gutemberg che nel 1455 a Magonza stampa a caratteri mobili la prima Bibbia. Da allora nulla è stato più come prima.

Eppure al suo esordio la pagina perfettamente allineata, in stampatello, con i caratteri sempre identici, non piaceva. Al punto che i primi libri stampati simulavano la scrittura umana. Con le sue incertezze e imperfezioni. Perché un’invenzione, anche geniale, non è mai di per sé una rivoluzione, ma solo l’inizio di un percorso. Come racconta mirabilmente la mostra “Printing R- Evolution 1450-1500. I cinquant’anni che hanno cambiato l’Europa”, in corso al Museo Correr e alla Biblioteca Marciana di Venezia. Un’esposizione innovativa, rigorosa e avvincente, curata da Cristina Dondi, professore di Early European Book Heritage all’Università di Oxford, con la collaborazione del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC) e il Consorzio delle Biblioteche Europee (CERL). Nell’immensa rete di collaborazioni attivata dalla studiosa ci sono anche la Nazionale di Napoli e il sistema dellele Biblioteche Campane. Insomma un esercito di esperti del libro che ha fornito informazioni preziose per consentire di analizzare i cosiddetti Big Data, cioè una mole enorme di dati informatici, dai quali oggi sappiamo che fino ad ora ci eravamo sbagliati. Non su tutto, ma su molto. Per esempio abbiamo creduto che i primi libri a stampa fossero costosissimi e quindi acquistabili solo da pochi privilegiati. Niente di più falso. Costavano poco ed erano accessibili a tanti. Il problema, in realtà, non era il prezzo di copertina, ma l’analfabetismo. Non a caso i libri più richiesti erano le grammatiche latine, per apprendere la lingua veicolare d’Europa e diventare lettori forti. Come dire che il desiderio di imparare il latino che divora l’amica geniale, la protagonista del best seller di Elena Ferrante, a metà del Quattrocento era addirittura virale.

Altro errore, a spopolarenon erano solo i testi sacri, ma anche i tutorial. Tra i più venduti, i volumetti che insegnavano cose di ogni giorno, come la vinificazione corretta, la tessitura e la tintura dei capi a regola d’arte, il gioco dei dadi. E ad acquistare libri comuni non era solo la gente comune. Almeno a giudicare dall’elenco, esposto in mostra, di 38 opere a stampa appartenute a Leonardo da Vinci ed elencate una a una di suo pugno. Il genio del Rinascimento leggeva l’Aritmetica per mercanti, l’Arte militare, L’agricoltura di Piero Crescentio, uno zibaldone di medicina, qualche classico della letteratura antica e, dulcis in fundo, il De honesta voluptate et valetudine di Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, che nel 1474 scrive uno dei manuali più celebri della cucina italiana. Da molti considerato il primo cook book a stampa della storia.

E le sorprese non finiscono qui. Perché dal Zornale di Francesco de Madiis, un libraio veneziano che ci ha lasciato il registro di cassa con titoli e prezzi dei venticinque mila libri a stampa venduti dalla sua bottega tra il 1484 e il 1488, scopriamo che il Psalterio da puti, una grammatica per insegnare ai bambini a leggere e scrivere, sfiorò le 700 copie vendute. Costava pochi soldi, l’equivalente di un pollo o di un capitone. Un nonnulla al confronto del caro libri che oggi affligge le famiglie con figli. La sua grammatica latina, Donado, costava 5 soldi, che all’epoca corrispondeva al salario di mezza giornata di un manovale. O a un cartoccio di zucchero. Non a caso ne piazzò sul mercato 258 copie in un lampo.

Di tutt’altro tenore erano i testi finemente illustrati e rilegati. Per una bellissima edizione della Glosa Ordinaria, il Codice Civile Romano, bisognava sborsare l’equivalente di dieci paia di stivali di ottimo cuoio. E possiamo immaginare la scena della tentata vendita. Sei grandi volumi. Per un totale di 1.628 pagine. Graficamente è un unicum. Un affare! Ma solo due esemplari venduti.

Anche la Chiesa sfruttò il business tipografico inondando il continente di moduli prestampati per chiedere le indulgenze. Bastava inserire i dati del peccatore e l’anima era salva. Pagando s’intende.

Il bellissimo catalogo della mostra, pubblicato da Marsilio Editori, restituisce a pieno, con immagini e parole, l’audacia di centinaia di stampatori che nella città lagunare e in tutta Europa investirono denaro, crearono nuove tecnologie, disegnarono i loro font per distinguersi dagli altri tipografi, inventarono una rete di distribuzione paragonabile ad Amazon. E sfornarono in soli cinquant’anni otto milioni di libri, cambiando per sempre il nostro modo di leggere. Adesso è il turno dell’e-book. Per ora è solo una grande invenzione, aspettiamo che diventi una rivoluzione.

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Elisabetta Moro
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