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Douglas, che scelse il Vento del sud – il Mattino

8 Dicembre 2018

È stato l’ultimo dei pagani. Ha remato fino all’ultimo contro la storia. E col favore del vento del Sud è approdato nella terra delle sirene. Norman Douglas, di cui l’8 dicembre ricorrono i centocinquant’anni dalla nascita, ha amato riamato l’Italia mediterranea. Che gli ha regalato una seconda giovinezza e il successo internazionale. In cambio lui ha rinverdito il mito di Capri e del suo favoloso arcipelago, richiamando viaggiatori dai quattro angoli del mondo.

I suoi romanzi, Siren Land (1911), Fountains in the sand (1912), South wind (1917) e molti altri, hanno raccontato al grande pubblico la singolare esperienza di vivere in una scheggia di classicità, sospesi tra la terra e il mare, in compagnia di filosofi ed epicurei, nobili e plebei, poeti e cicisbei.

Douglas era nato Tilquhillie, Regno Unito, nel 1868. Fin da giovane intraprese la carriera diplomatica che culminò con un biennio a San Pietroburgo, la capitale della Russia zarista. Ma dopo l’incontro con il grande orso russo si trasferì a Capri alla ricerca della piccola lucertola azzurra dei Faraglioni. Proprio alla lacerta coerulea faralionensisaveva dedicato giorni di osservazione quando, poco più che ventenne, aveva partecipato a una ricerca della stazione zoologica dell’Acquario di Napoli. Sin da allora era rimasto affascinato dalla capacità di mimetizzarsi di questi esserini che hanno il cuore in gola. Perché la loro vita è tutta una palpitazione. E Douglas di questo mimetismo fece il modello di un’esistenza à bout de souffle. Così, senza mai minimamente rimpiangere moglie e figli abbandonati in Inghilterra, a trentotto anni iniziò la sua seconda vita. Chi lo conosceva, come lo scrittore americano Gore Vidal, raccontava che Norman credeva di vivere al tempo di Platone. Il suo ideale era la paideia greca, la relazione che nelle scuole di filosofia ateniesi teneva insieme maestri e allievi allo stato fusionale. Che nel suo caso degenerava spesso in quello confusionale, visto che mescolava la sua inclinazione da precettore con quella di amante. Una sovrapposizione di ruoli ormai non più accettabile e che gli costò l’accusa di pederastia.

Travolto dalle passioni Norman Douglas lo era per natura e per cultura. La sua erudizione raffinata, il suo humor tipicamente British, uniti al suo entusiasmo da esploratore, alla capacità di interpretare i modelli sociali e le tradizioni, lo facevano somigliare ad un antropologo autodidatta. Doti che balzano cristalline dalle pagine di Old Calabria (1915), il resoconto etnografico di un viaggio nel profondo Sud avvenuto in un’epoca in cui la frase ripetuta ossessivamente agli stranieri era «Nessuno si avventura sotto Roma!». Lui invece lo fece eccome. Battendo a tappeto le campagne e le città, da Manfredonia a Palermo, da Venosa alla Sila, da Taranto al Pollino. Gettò tutto se stesso in questa avventura umana, ne fece la sua personale odissea nel bizantinismo meridionale, dove nulla è come appare e tutto è da interpretare. Annotava minuziosamente tutto quel che vedeva e capiva, o credeva di capire. E finì per raccontare un mondo saldamente ancorato alle sue radici, fermo nella sua “storia stazionaria” per dirla con l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss.

E descrisse i lucani, i calabresi, i discendenti degli albanesi, dei berberi, degli arabi, dei normanni, come altrettante tribù esotiche. Il suo approccio al Mezzogiorno infatti, era figlio dell’antropologia inglese dell’Ottocento. Del pensiero evoluzionista applicato alle culture, che considerava gli antichi greci, i popoli primitivi e i contadini del Mediterraneo, altrettante espressioni dell’infanzia dell’uomo. Uno stadio prelogico, fatto di magia e superstizione, sideralmente lontano dalla scienza e dal progresso. In più, nella sua cassetta degli attrezzi intellettuali, c’erano anche le idee dei Ritualisti di Cambridge, dei filologi classici ispirati dall’antropologia di James George Frazer, l’autore del Ramo d’oro, che cercavano nel presente le schegge sopravviventi dell’antico. Per tutte queste ragioni Capri, che Douglas chiamava Nepenthe, senza dolore, diventò il suo rifugio idilliaco, la bella isola illuminata dalle due lune che giocano a nascondino. Quella che brilla nel firmamento e quella riflessa nel mare cobalto come in un cielo rovesciato. Una luna incostante, vibrante, vivente. Proprio come lui.

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Elisabetta Moro
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