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Da Helsinki a Tokyo le feste si celebrano soprattutto a tavola – il Caffè

17 Dicembre 2018

Non c’è amore più sincero che l’amore per il cibo, diceva il drammaturgo irlandese George Bernard Shaw. E a Natale questo sentimento diventa virale. Si impadronisce di tutto e tutti. L’atmosfera si fa più dolce e i nostri sensi più accorti. I desideri si intensificano e le porte della percezione si spalancano. Complici le leccornie che tracimano da negozi, mercatini, cesti, scatole, pacchetti. Cornucopie di una dea dell’abbondanza che ogni anno si ripresenta puntuale come la stella cometa. Da Helsinki a Lampedusa, da Miami a Tokyo. Perché la festa della natività è un appuntamento sempre meno religioso e sempre più gastronomico. Ma, se l’abbuffata è d’obbligo, il menu è libero. Nel senso che paese che vai pranzo che trovi. Perché la globalizzazione alimentare omologa il nostro pasto quotidiano, rendendoci a tavola sempre più uguali agli altri, ma non è ancora riuscita a mettere le mani nel piatto in cui mangiamo nei giorni di festa. Così la tavola di Natale degli altri continua a sembrarci esotica, inattesa, curiosa. Insomma, da provare.

I francesi, che hanno fatto del pasto gastronomico un monumento riconosciuto dall’Unesco, cominciano sempre le Réveillon con un aperitivo, il top è il kir royal a base di champagne e sciroppo di ribes nero. Seguono gli antipasti, lussuosi e goduriosi. Dalle ostriche al foie gras. O in alternativa il koulibiac au saumon, una pasta sfoglia ripiena di salmone, uova di quaglia, riso e spinaci. Un altro classico bocconcino saporito per iniziare è l’oeufs cocotte curnonsky, cioè fegato di anatra con uova, cotto al forno in una terrina, coperta di un merletto di listarelle di tartufo. Poi viene il piatto principale, solitamente si tratta del tacchino farcito di castagne. Degnamente sostituito dal cappone alla salsa di fegato d’oca. Per dessert non può mancare la bûche de Nöel, che rievoca la tradizione di mettere nel camino un tronchetto d’albero perché arda dal giorno di Natale fino al nuovo anno, perché porti prosperità alla famiglia. Oggi che i camini scarseggiano il suo succedaneo si porta a tavola e si consuma in un lampo. Anche perché la sontuosa pâte génoise, una variante particolarmente morbida di pan di Spagna che si arrotola come una corteccia, assieme alla crema fredda di castagne e vaniglia, rende i commensali voraci come Cip & Ciop.

Anche se la grandeur francese rimane inarrivabile, sia per le tecniche culinarie che per le materie prime, nei paesi dell’Est Europa si compie un rito gastronomico altrettanto ricco di simboli e sapori. La tavola viene decorata con un ciuffo di paglia che rievoca la mangiatoia di Gesù Bambino. Le portate devono essere rigorosamente dodici, come gli apostoli. Ed è obbligatorio assaggiarle tutte. Inoltre, visto che si celebra la notte della vigilia, tutti i cibi di derivazione animale sono banditi. Così la fantasia regna sovrana. I polacchi, un esempio per tutti, durante la loro Wieczerza Wigilijna, prediligono carpe e aringhe. Il borstch, cioè la zuppa di barbabietola, lo servono con ravioli farciti di verza, cui seguono poi portate a base di trota, crauti, funghi. Non manca mai il pane azzimo e concludono con la kutia, un dolce beneaugurante a base di grano, miele, uvetta, noci e semi di papavero.

In Spagna e nelle sue ex colonie sparse in tutto il mondo, il pasto principale si svolge il 25 dicembre, perciò la carne sovrabbonda. E il lechon, il maialino da latte rosolato per ore, trionfa circondato da piatti a base di prosciutti, tacchino, cappone, montone, cavolo rosso, patate, baccalà. E così dal Cile a Porto Rico, da Cuba alle Filippine. Dove la ricchezza è ancora un privilegio per pochi, e la festa non può dirsi pienamente riuscita se grassi e zuccheri non abbondano. Così si portano a tavola fiumi di bibite e birra, polli e pesci fritti, noodles e polpette. Tutti mangiano a quattro palmenti, perché essere in sovrappeso da quelle parti è un sogno e non un incubo, come per noi. I dolci tipici della Navidad ispanica sono i torroni e il marzapane, ai quali ormai si sono aggiunte tutte le acrobazie glicemiche pensabili e immaginabili. D’altra parte, come diceva lo scrittore francese Guy de Maupassant, solo gli sciocchi non sono golosi.

Ma il Natale più bizzarro è quello nipponico, dove la festa è arrivata come una moda, senza radici religiose e orizzonti teologici. Così viene festeggiata rigorosamente il 24 dicembre, che molti giapponesi scambiano per il giorno di Natale. Si tratta di una festa in famiglia, per far divertire i bambini e proprio per questo il piatto principale è la torta di Natale. Con la panna a simboleggiare la neve e le fragole il vestito rosso di Santa Claus. Spesso un pupazzetto con barba bianca e aria gioviale viene adagiato tra il pungitopo e le renne di zucchero, con quella grazia da cartone animato che solo i pasticceri nati nel Paese del Sol Levante, perfezionisti e immaginifici, sanno creare. D’altra parte la pasticceria in questo paese elegante, ma tradizionalmente maschilista, è roba per donne e bambini. Gli uomini si tengono alla larga da queste smancerie da sesso debole. E preferiscono buttarsi su sushi, pollo fritto e pizza.

Resta il fatto che il dolce rimane il segnatempo inossidabile del Natale. Nell’emisfero australe è la Pavlova, una meringata soffice come una piuma ricoperta di frutti di bosco, ispirata dalla ballerina russa omonima. In Ticino, in Italia e ovunque si trovi un paisà, il pendolo oscilla tra panettone e pandoro, che scandiscono lo scoccare del solstizio d’inverno. E rendono concreta l’astrazione del solstizio d’inverno. E rendono concreta l’astrazione del tempo. [Download PDF]

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Elisabetta Moro
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