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Un’icona pop dai ceppi ai pizzaioli – il Mattino

18 Gennaio 2019

Questa notte i fuochi erano tutti per lui. Fucanoli, fucaroni, focare, farchie, focarazzi, falò, ceppi. Brillavano nel buio della notte in onore di sant’Antonio Abate. L’eremita del deserto raffigurato sempre con una fiammella ardente. E perciò patrono di tutti coloro che lavorano con fuoco e fiamme. Protettore dei fabbri e dei fornai, dei pompieri e soprattutto dei pizzaioli. I nuovi paladini della cultura popolare, che armati di acqua, farina e lievito, stanno dando forza e coraggio a un Mezzogiorno desideroso di uscire dal tunnel della crisi. E anche dal cul-de-sac gomorrista, come sta mostrando il pizzaiolo-coraggio Gino Sorbillo, dopo aver subito l’ennesima intimidazione dei clan.
Nelle pizzerie l’icona del santo dalla barba bianca non manca mai. Campeggia accanto ai forni roventi, infilato dai mastri tra i mattoni, incastonato nelle chiavi di volta delle imboccature, nascosto nel cassetto dei panetti lievitati, oppure tatuato sull’avambraccio come fannoi pizzaioli di Brooklyn. Perché il santo renda il fuoco amico. Una devozione-precauzione contro i rischi del mestiere. Non a caso nella Napoli Ottocentesca a causa del pericolo degli incendi erano in pochi a detenere la licenza di accendere ceppi e trucioli per cuocere le pizze, esattamente come nella Venezia di oggi, dove norme rigorosissime tutelano un habitat tanto unico quanto fragile.
Il dominio sul fuoco il santo del terzo secolo se l’è guadagnato sul campo, o forse più correttamente bisognerebbe dire in trasferta, visto che lo va a prendere personalmente all’inferno. Le leggende popolari raccontano che un giorno
un gruppo di uomini si presenta nella sua grotta in Egitto lamentandosi per il freddo, il buio e il cibo frozen. Allora lui scende nelle profondità della terra accompagnato dal suo inseparabile amico, un porcellino. I diavoli lo riconoscono immediatamente e gli sbattono la porta in faccia, ma l’animale s’infila di soppiatto e mette tutto a soqquadro. Così i luciferini padroni di casa sono costretti a far entrare Antonio perché se lo riprenda.
Lui però, che ne sa molte più dei diavoli, ne approfitta per infilare tra i ceppi ardenti il suo bastone di ferula, così un tizzone rimane intrappolato nella cavità di quel legno spugnoso. Risaliti alla superficie della terra il vecchio rotea vorticosamente la fiamma in aria, spargendo le braci ai quattro angoli del mondo. E così, come un Prometeo cristiano, dona il fuoco all’umanità. Ma il legame tra l’asceta, il maiale e la tavola non finisce qui. Anzi, s’intreccia in una serie di richiami simbolici creati dalla fantasia del popolo contadino, perennemente affamato di cibo e allegramente assetato di eros. Che carica il maiale di significati allegorici. Lo fa diventare l’incarnazione delle tentazioni che il santo fronteggia nel deserto. L’avatar popolaresco di tutti quegli spiriti tentatori che nella teologia ufficiale mutano continuamente forma e sostanza. Un morphing del male fatto di esseri spaventosi, con teste di topo e corpi di uccelli, pesci volanti con ali di pipistrello, braccia di corteccia e becchi di falco, come nel celebre trittico delle “Tentazioni di sant’Antonio” dipinto all’inizio del Cinquecento da Hieronymus Bosch. Che ha un geniale contraltare cinematografico ne “Le tentazioni del dottor Antonio” di Federico Fellini, dove Peppino de Filippo veste i panni di un bacchettone che tenta invano di resistere alle avances di una procacissima Anita Eckberg.
Insomma Sant’Antonio viene continuamente reinventato, ma non congedato. Forse perché sta sempre dalla parte degli uomini comuni. Conosce il peccato e il desiderio, si arrabatta tra il porco e le porcherie. E adesso anche tra le tentazioni delle pizzerie.

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Elisabetta Moro
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