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Il Venerdì santo a Procida. Le donne paradigma della sofferenza e il MeToo sotto la Croce – il Mattino

22 Febbraio 2019

Chi c’era a piangere sotto la croce di Cristo? La risposta è arcinota. C’erano le tre Marie. Maria di Nazareth, Maria di Cleofa e Maria Maddalena. Accompagnate dal discepolo Giovanni. Perché il cordoglio nel Mediterraneo è sempre stato cosa di donne con sette spade nel cuore.

Quando Pier Paolo Pasolini gira tra i Sassi di Matera il film Il Vangelo secondo Matteo, avvolta nel manto della Madonna vuole la sua mamma carnale. E a rivedere oggi questo capolavoro di compassione, girato nel 1964 dal più ateo dei registi italiani, ci s’immedesima nel dolore di quella donna vera, che di lì a poco il figlio morto ammazzato lo avrebbe dovuto piangere davvero.

E quando la mamma del poeta sindaco Rocco Scotellaro giunge a Portici da Tricarico in Basilicata e si trova davanti al giovane figlio stroncato da un malore, lei che aveva cercato di contrastare la caducità della vita con l’impegno politico e aveva coltivato il sogno dell’emancipazione delle masse contadine dall’oscurità della superstizione, d’istinto, quasi posseduta dallo spirito delle madri in lutto che l’avevano preceduta, si gettò sul corpo del figlio e iniziò un lamento senza fine. Come per riavvolgere il filo del discorso e riportare in vita il rivoluzionario lucano che credeva nella forza della parola.

Da secoli, insomma, la Vergine Maria è il grande paradigma della sofferenza cristiana. «Se ne stette ritta, soffrì profondamente con il suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata» recita la Lumen gentium, la seconda Costituzione apostolica del Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI nel 1964, lo stesso anno del Vangelopasoliniano. Madre e figlio soffrono insieme, e insieme perdonano i carnefici, coloro che non sanno quello che fanno.

Ma allora perché le confraternite maschili si sono prese la scena della Crocifissione nelle processioni pasquali relegando le donne in ruoli marginali? Se non addirittura escludendole? La risposta è sempre la stessa e in fin dei conti lapalissiana. Si è sempre fatto così. Ma la domanda vera da porsi oggi è diversa. Al tempo del #MeToo e di un provvidenziale risveglio delle coscienze rispetto alle disuguaglianze che pesano come croci sulle spalle di moltissime donne, dobbiamo piuttosto chiederci: sarà sempre così? L’interrogazione insomma va coniugata al futuro. Come stanno facendo giustamente a Procida, dove la domanda di cambiamento nasce dall’interno della comunità stessa. E speriamo che presto si diffonda anche altrove. Si tratta di una sacrosanta richiesta di eguaglianza che va dalla vita quotidiana al grande rito del cordoglio del Venerdì Santo. E che fa ben sperare.

Tocca ora ai confratelli interiorizzare uno degli insegnamenti più rivoluzionari di Gesù. Che è l’uguaglianza. Tra uomini e donne. Ricchi e poveri. Sani e malati. Genitori e figli. E forse proprio dai loro figli potrebbero iniziare. Da quegli angioletti luttuosi che i padri portano amorevolmente in braccio lungo le risalite dell’isola di Arturo. Solo maschietti. Ma, le bambine non sono meno importanti dei fratelli. E a loro andrebbe impartita la stessa educazione, anche religiosa.  Ma non certo per imitare banalmente le star di Hollywood che si sono ribellate alle molestie. Né per compiacere le femministe d’assalto. Ma, semplicemente e coerentemente, per mettere in pratica il Vangelo. Per realizzare quello che una grande teologa del Novecento, Chiara Lubich, profondamente ammirata da Papa Woytila, ha predicato tutta la vita. La pari dignità della donna rispetto all’uomo. Dentro e fuori la Chiesa. D’altro canto di religioni misogine ce ne sono fin troppe sul pianeta. E i cattolici potrebbero dare il buon esempio anche in questo. Perché il seme della concordia è stato piantato sotto la croce del Calvario. E ora un germoglio è spuntato. Proprio a Procida.

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Elisabetta Moro
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