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Perché c’è bisogno della carica eversiva della minigonna come negli anni ’60 – il Mattino

4 Aprile 2019

Londra celebra la donna che ha inventato la minigonna. Il simbolo di una mini rivoluzione che ha cambiato l’Occidente. Al prestigioso Victoria & Albert Museum sabato 6 aprile si inaugura la mostra dedicata a Mary Quant, la stilista inglese che negli anni Sessanta ha dato un taglio netto alle gonne. Così le ragazze, insieme alle gambe, hanno scoperto il fascino della libertà.

Lei stessa vestiva sempre in miniabito. Viso acqua e sapone, capelli corti e frangetta sbarazzina, aveva la freschezza di una generazione con lo stesso bioritmo dei Beatles.

Quella generazione, che si è ribellata alle convenzioni sociali e alle costrizioni genitoriali, inventando la prima cultura giovanile della storia. E che ha sdoganato l’idea del sesso al di fuori del matrimonio. Con l’aiuto fondamentale della pillola anticoncezionale, che ha emancipato i lovers dal rischio delle indesiderate conseguenze dell’amore.

Con i suoi look vanitosi e giocosi, colorati e spensierati, ricercati e smaliziati Quant ha irritato i benpensanti dell’epoca. Come ha ricordato in questi giorni – dall’alto dei suoi ottantacinque anni portati con stile – i manager della City le urlavano dalle finestre che era oscena, disgustosa e molto altro. Ma lei, come tutti i rivoluzionari, non cercava la loro approvazione. Anzi, godeva delle loro critiche, perché erano la prova che aveva colpito al cuore il paternalismo maschilista. Era talmente sicura che la strada fosse quella giusta da farsi scivolare addosso persino il commento al vetriolo di Coco Chanel, la maestra dell’eleganza francese, che definì orribili le sue gonne.

La prima ispirazione le era venuta da bambina, vedendo una compagna di scuola a lezione di tip tap. Capelli da maschietto, gonnellino inguinale, calze nere, calzini bianchi e scarpe con la punta ferrata. Tutto era pensato per calamitare lo sguardo del pubblico su quelle gambine magre che battevano il tempo come le aste di un metronomo impazzito. Il giorno successivo l’orlo della divisa di Mary aveva già perso qualche centimetro.

Nella sua leggendaria boutique Bazaar, in King’s Road nel quartiere di Chelsea, fondata con il marito Alexander Plunket Green e l’amico Archie McNair, i primi modelli della mini sono apparsi in vetrina nel 1966. Quei minuscoli pezzi di stoffa non avevano nulla a che fare con lo stile bomba erotica che caratterizzava un certo immaginario. Erano maliziosi senza essere volgari. Spesso abbinati a camicette con il colletto da collegiali, con top castigatissimi, al massimo smanicati. La silhouette femminile si doveva immaginare, non vedere. Come nel caso della sua modella preferita, l’androgina Twiggy, che con il suo fisico longilineo come un ramo di ciliegio, stava magnificamente dentro quei vestitini minimal. Tanto da diventare l’icona stessa della Swinging London.

Alla fortuna del corto contribuirono anche testimonial d’eccezione come Jacqueline Kennedy, che nel 1968 alle nozze con  Aristotele Onassis si presentò in un succinto abitino bianco, in barba ai suoi quarant’anni. Il risultato fu uno strike mediatico che tolse la scena al paperone greco.

In realtà, con understatement tutto britannico Mary Quant non si è mai vantata di aver inventato l’indumento che ha rivoluzionato la vita giovanile. Attribuendo tutto il merito alle ragazze che incontrava per strada e alla loro voglia di libertà. Come dire che la minigonna è nata dal basso, imposta da un bisogno collettivo. Che oggi si fa di nuovo sentire. Perché se al suo esordio è stata una formidabile arma contro il sessismo e il machismo della società tradizionale, oggi delle minigonne c’è di nuovo bisogno. Per riaffermare il diritto al rispetto e alla bellezza. Per contrastare quella mentalità trogloditica che ancora serpeggia nella nostra società e che in qualsiasi look che non mortifichi il corpo femminile intravede un invito alla molestia. Se non peggio. In realtà in questi anni, senza che ce ne rendessimo conto, le minigonne sono scomparse a vantaggio dei jeans, che si sono trasformati in un indumento difensivo. In un burqa color denim. Dove nascondere il corpo da sguardi indiscreti. Come sanno bene le donne che prendono la metropolitana per andare al lavoro o all’università, quelle che vivono in periferia, quelle che tornano a casa la sera tardi, quelle che bazzicano in ambienti molto maschili. Paradossalmente i pantaloni, anch’essi un tempo simbolo di emancipazione, sono diventati uno strumento di difesa urbana. Proprio per questo, mai come ora, un esercito di minigonne dovrebbe presidiare le nostre città. Per continuare quel cammino di emancipazione che le ragazze inglesi hanno regalato al mondo. Thank you girls!

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Elisabetta Moro
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