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Il Capodanno del tempo libero, da Pericle ai giorni nostri – il Mattino

13 Agosto 2019

Ferragosto è il Capodanno del tempo libero. Il rito di mezza estate che sospende le attività lavorative per celebrare il momento del riposo. Il meritato break al quale la maggior parte degli Italiani quest’anno è arrivata stremata, stressata e surriscaldata. Perché quando la crisi batte, il lavoratore combatte. E il parlamentare dibatte, complice la crisi di governo che ha ridotto le ferie dei deputati all’osso. In ogni caso, il 15 di Agosto la chiusura di aule e fabbriche è garantita da una lunga consuetudine. Ma anche dal codice. Infatti, la sospensione del lavoro non è una semplice licenza, una regalia, una concessione, ma un diritto sancito dalla nostra Costituzione, che all’Articolo 36 recita “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Un anno dopo, nel 1948, lo stesso concetto viene inserito nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Dove all’Articolo 24 è scritto che “ogni individuo ha diritto al riposo e allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite”. Magari fosse sempre vero. Di persone che faticano a testa bassa, senza ricevere il giusto corrispettivo, è pieno il mondo. Ne sanno qualcosa i nostri precari. Ma metterlo nero su bianco negli ordinamenti giuridici è pur sempre un passo fondamentale per indicare una via auspicabile, seppur non immediatamente attuabile. Anche perché si tratta di un principio di equità strettamente legato al concetto stesso di democrazia fin dalle origini. Vale a dire nel V secolo a. C., quando Pericle, il capo del partito democratico di Atene, inventa di fatto il diritto al riposo. In uno dei suoi celebri discorsi l’illuminato stratega dice espressamente che compito delle istituzioni è “creare un gran numero di momenti di riposo per ricreare lo spirito” dei cittadini. Insomma, per evitare la saturazione, oggi la chiameremmo “burn out”, i lavoratori dovevano di tanto in tanto staccare la spina. Erano esclusi però tutti coloro che non beneficiavano della cittadinanza, schiavi, servi, stranieri. Come dire una umanità di serie B, che faceva funzionare il sistema, dovendosi accontentare delle briciole. Il che, fatte le debite proporzioni, è esattamente quel che accade anche a molti, troppi lavoratori nell’Italia di oggi. Che saltano da un contratto all’altro rimanendo sistematicamente senza stipendio nei periodi di vacanza. Paradossalmente è quel che accade negli USA persino ad una categoria tutelata come quella dei professori universitari, che nei mesi estivi si autofinanziano, per ritrovare lo stipendio ad attenderli solo alla ripresa dei corsi. A riprova del fatto che nulla, in fatto di diritti, va mai dato per scontato.

I primi lavoratori europei ad ottenere il diritto alle ferie remunerate sono stati i bancari del Regno Unito, che con il Bank Holiday Act del 1871, si vedono riconosciuti alcuni giorni di riposo al di fuori delle feste comandate dalla Chiesa o dalla Nazione. Ma la vera rivoluzione la compie nel 1936 l’Assemblea francese, votando una legge che prevede quindici giorni di vacanze pagate per tutti. L’anno successivo, approfittando dei biglietti ferroviari appositamente scontati, a partire per le vacanze è oltre un milione di francesi. Solo nel 1947, con il varo della nostra carta costituzionale, questa conquista civile tocca anche a noi. E alcuni giorni vengono destinati alla festa dell’Assunta, che è l’erede cristiana di un’antica festa pagana, le Feriae Augustae, da cui la parola Ferragosto. Erano le cerimonie che si celebravano a Roma in onore dell’imperatore Augusto e solennizzavano il giro di boa dell’anno agrario. Niente lavoro e tutti a far bisboccia fuori porta. Un accapo del calendario celebrato con abbuffate e scampagnate, processioni e indigestioni, balli e sballi. Né più e né meno di quello che facciamo oggi. Con la differenza che allora si celebrava il dux, l’uomo solo al comando. Oggi si festeggia la Madonna per chi ha fede. E la democrazia per chi ancora ci crede.

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Elisabetta Moro
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