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Quel filo d’olio che unisce religioni e fa bene alla salute – il Mattino

14 Agosto 2019

Ci voleva una vergine per darci l’extravergine. Così almeno la pensavano i Greci che consideravano l’ulivo un dono di Atena, la dea illibata nata dalla testa di Zeus. Il mito racconta che la divina guerriera si contendeva con lo zio Poseidone il diritto di dare il nome alla città più importante dell’Ellade. Allora il re dell’Olimpo, per non inimicarsi la figlia o il fratello, indice un concorso di idee. Il dio dei mari inventa il cavallo, un animale utile e resistente. Apparentemente imbattibile. L’astutissima ragazza però fa comparire una pianta carica di olive. A Cecrope, primo re della città, tocca l’ingrato compito di scegliere il vincitore. Ma lui senza esitazione assegna il premio alla dea dagli occhi cerulei. La motivazione è illuminante. Con i cavalli si possono fare molte cose, prima fra tutte conquistare le terre degli altri, che significano ricchezza ma anche guerra. L’ulivo invece è una fonte di ricchezza inesauribile, oggi la chiameremmo energia rinnovabile. E soprattutto pacifica. Dalla spremitura dei frutti esce un alimento ricco, prezioso anche per medicare le ferite del corpo e per illuminare la notte. La vittoria di Atena è schiacciante e da lei la città prende il nome di Atene. Viene eretto il Partenone, il grande tempio dedicato alla vergine (parthenos) e l’acropoli viene circondata di ulivi sacri, i moriai. Su quegli alberi i giovani ateniesi per secoli giurano fedeltà alla patria. E dalle olive divine viene estratto l’olio che i vincitori dei giochi in onore della dea ricevono in premio. Era denaro liquido nel vero senso della parola. Si racconta che quando nel 480 a.C. i Persiani danno fuoco alla città le mitiche piante sopravvivono alle fiamme, mostrando simbolicamente che Atene è eterna. E con lei i suoi insegnamenti, primo fra tutti la democrazia.

Se con la contesa olimpica la Grecia sacralizza l’invenzione dell’olivicoltura, le altre civiltà mediterranee non sono da meno. Secondo la tradizione ebraica il primo seme dell’ulivo cade dal cielo direttamente sulla tomba di Adamo. Un risarcimento tardivo dopo il daspo dall’Eden. Come dire che la storia di questo albero e quella dell’umanità sono la stessa cosa. Dal popolo di Israele la dieta mediterranea ha anche ereditato molte ricette a base di olio, come la tradizione dei fritti, dei timballi di melanzane antesignani delle nostre parmigiane e tutte le preparazioni prive di grassi animali. Quelle che ancora oggi trasformano vigilie e astinenze in orge mascherate da penitenze. E sempre dalla cultura ebraica il cristianesimo eredita il valore politico attribuito all’olio per cui sovrani, profeti, sacerdoti e tutti coloro che vengono investiti dall’alto, sono gli “unti del Signore”. Come il Messia che è due volte unto, sia perché è re di tutte le Nazioni sia perché il suo nome, dall’ebraico masiah, significa unto. E lo stesso significato ha anche la parola greca Cristo. A conferma di questo legame simbolico c’è anche l’episodio della cattura di Gesù nell’uliveto dei Getsemani, che letteralmente significa “frantoio oleario”. È il segno della consacrazione messianica del dio incarnato.

Anche nell’Islam lo statuto sacrale della pianta dalle foglie d’argento è direttamente proporzionale alla sua importanza alimentare. E il Corano lo dice a chiare lettere quando paragona il Profeta Maometto all’ulivo “albero benedetto il cui olio illumina quasi senza che il fuoco lo tocchi”.

L’olio d’oliva insomma è un pilastro fondamentale della nostra cultura, gastronomica e non solo. Ma è ancora un perfetto sconosciuto per la maggior parte della popolazione mondiale. Tanto che solo il 3% lo consuma abitualmente e, soprattutto, sa come usarlo in cucina. Anche se le cose stanno cambiando. Grazie agli studi più recenti, che certificano in maniera inequivocabile che l’olio non è un grasso come gli altri. Ma una preziosa riserva di gusto e di benessere, ricercatissima dall’internazionale dei gourmet. Così l’antico nettare di Atena diventa il nuovo toccasana vegetale. Che fa circolare un po’ di Mediterraneo nelle vene del mondo.

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Elisabetta Moro
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