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La riscossa del vino che va oltre la fatwa di credenze d’oltreoceano – il Mattino

17 Agosto 2019

Chi beve vino è civile, chi non ne beve è barbaro, dicevano i Greci. Ma negli USA la pensano diversamente. Secondo uno studio Gallup pubblicato questa settimana il 34% degli adulti sono astemi e fieri di esserlo. Si tratta infatti di una vera e propria scelta morale, non di gusto, dovuta all’idea che gli alcolici siano tentazioni diaboliche da combattere. In Italia sono meno del 20% e nessuno crede che il limoncello sia un’invenzione di Lucifero. Negli States, invece, le confessioni religiose di matrice protestante, dagli evangelici ai mormoni, stanno cavalcando alla grande la paura del bere. Sembra il remake del proibizionismo, nato non a caso dalla pressione di gruppi religiosi, promotori del famigerato diciottesimo emendamento della Costituzione, che dal 1920 al 1933 ha bandito la produzione e la vendita di qualsiasi bevanda alcolica.

Chi segue la dieta mediterranea questo problema non se l’è mai posto, perché il consumo moderato di vino è addirittura incluso nella famosa piramide del mangiare sano. Eppure, quel che si dà per scontato, ovvio non è. Infatti, gli scienziati che hanno contribuito a scrivere le linee guida della nutrizione corretta per le grandi organizzazioni internazionali come l’OMS e la FAO, sanno che sulla questione dell’alcol c’è sempre una spaccatura tra coloro che hanno una cultura mediterranea e quelli che sono cresciuti in contesti protestanti. I primi considerano il vino un complemento del pasto, che non ha senso proibire, perché male non fa. I secondi pensano alle sbronze clamorose dei fine settimana tipiche del Nord Europa e del Nord America, perciò sono tentati di mettere una fatwa sugli alcolici, perché per loro bere fa male a prescindere. Come mi ha detto una volta Antonia Trichopoulou, del Politecnico di Atene, autorità mondiale in materia di dieta mediterranea e consulente dell’OMS, la divergenza di opinione nasce dall’appartenenza a culture diverse: «Noi Mediterranei beviamo per celebrare la vita, loro per dimenticarla!».

D’altra parte, i popoli del Mare Nostrum fin dai tempi più remoti hanno considerato il vino addirittura il dono di un dio, Dioniso per i Greci, Bacco per i Romani. Facendo del consumo di questa bevanda inebriante un’esperienza fondamentale, che diletta il palato e al tempo stesso accresce la conoscenza. Non a caso i filosofi discettavano dei massimi sistemi durante i simposi, dal greco syminsieme e pinobere. Come mostrano gli affreschi della Tomba del tuffatore, che si trovano nel museo archeologico di Paestum. Un giovane viene iniziato alla filosofia attraverso la condivisione del vino con uomini sapienti. Perché il nettare di Dioniso fa volare i pensieri. Ma senza esagerare. In questi cenacoli infatti si stabiliva in anticipo quanto vino sarebbe stato servito e prima di iniziare la libagione, si faceva un pasto robusto, per reggerlo meglio.

Anche nella Bibbia il succo d’uva fermentato è presente ed è parte costitutiva della vita comunitaria. Una eredità che il Cristianesimo valorizza ancora di più facendo del calice della messa la transustanziazione del sangue di Cristo. Un discorso a parte invece merita l’Islam. Perché in realtà le prime sure del Corano, quelle della Mecca, non prescrivono al buon Musulmano di essere astemio. La svolta proibizionista avviene invece con i versetti di Medina, quando la religione del Profeta si trasforma in politica e detta le regole della vita quotidiana. Cioè quelle pratiche di distinzione che separano chi è dentro la comunità di Allah e chi è fuori. Da allora l’alcol diventa tabù. Anche se questo non impedisce che i Paesi a maggioranza islamica pullulino di bar dove si serve letteralmente di tutto. Non a caso l’Unesco ha incluso nel riconoscimento della Dieta Mediterranea, assieme alla comunità di Pollica e il Cilento, anche la città marocchina di Chefchaouen, dove si produce vino buonissimo e i tre monoteismi coabitano senza conflitti. Perché anche la convivenza tra i popoli è questione di cultura.

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Elisabetta Moro
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