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La tempesta perfetta nel villaggio globale – il Caffè

1 Marzo 2020

Il coronavirus ha scatenato la tempesta perfetta nel villaggio globale. Facendo cortocircuitare i pregi e i difetti del sistema mondo, che fa correre sugli stessi binari i benefit economici di uno scambio di merci, persone e idee senza precedenti, ma anche i malefit delle infezioni. Contatto e contagio sono le due facce della stessa medaglia, perché il contatto è la ragione del nostro benessere, ma il contagio che si porta dietro è la ragione del nostro malessere. L’inscindibilità di questi due elementi spiega anche la velocità inedita con cui la malattia si sta diffondendo, superiore anche all’Aviaria del 2009. D’altra parte, negli ultimi dieci anni lo spostamento di persone nel mondo è quadruplicato. Redistribuendo ricchezza, guadagni, vantaggi, comodità. E virus. Mentre la banale limitazione di questi flussi, con la messa al bando di alcune rotte aeree, sta già presentando il conto. Tant’è vero che si cominciano a calcolare i danni all’economia provocati dal doveroso isolamento dei focolai dell’infezione. Dalla città cinese di Wuhan, dove tutto è cominciato. Alla cittadina lombarda di Codogno, che ha avuto il triste primato europeo del primo caso accertato di coronavirus.

A guardarla da vicino si tratta di una malattia in grado di intaccare il nostro corpo individuale, ma anche quello sociale. Aggiungendo alla fisiologia del contagio, che è un fatto materiale e di pertinenza scientifica, l’epidemiologia della paura. Che è un fatto immateriale e passa soprattutto attraverso le parole che sono lo specchio delle nostre emozioni.

E la parola influenza, dal latino influere, scorrere dentro, significa alla lettera il diffondersi di qualcosa di fluido. E sembra fatta apposta per la cosiddetta “società liquida”, come il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman ha definito il mondo contemporaneo. Con una metafora quanto mai azzeccata, soprattutto alla luce di questi giorni, perché il coronavirus ha bisogno di un liquido per essere trasmesso da una persona all’altra. Uno starnuto, un colpo di tosse. Insomma, una gocciolina di infezione che arrivi alla bocca, al naso o agli occhi di una persona sana. Trasformandola letteralmente in un nuovo “influencer”. Un termine che è diventato di moda in questi ultimi anni e che si riferisce a chi è in grado di influenzare le nostre opinioni e il nostro stile di vita, ed è proprio quello che sta facendo questa epidemia, che porta le persone a chiudersi in casa, respingendo alle frontiere chiunque sia circondato dall’aura del contagio. Come se il mondo fosse popolato di untori che subdolamente viralizzano il morbo. E qui arriva un’altra parola che agita i nostri sonni, viralizzazione. Ci eravamo abituati ad usarla solo in senso metaforico, per intendere qualcosa che ha un grande successo nel web, ma in questi giorni il termine ha perso la sua immaterialità digitale, per riacquistare improvvisamente tutto il suo inquietante peso corporeo, la sua untuosità contagiosa. Quella che nasce dal contatto di pelle, dal sangue, dalle secrezioni, cioè dagli archetipi della contaminazione, e ci porta a rinchiuderci nella nostra immunità. E a temere il contatto con l’altro come la peste. Perché certe malattie ancora prima di colpire il corpo, stressano la mente.

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Elisabetta Moro
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