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La community che ricrea la comunità reale – Il Caffè

25 Marzo 2020

Il Covid19 sta rivoluzionando la nostra esistenza. Nel male, ma anche nel bene. Perché sta cambiando il nostro mondo esteriore, sigillandoci nelle nostre case. Ma anche quello interiore, aprendoci di nuovo agli altri. Inaspettatamente la nostra società individualista, globalista a volte un po’ menefreghista, sta riscoprendo la necessità assoluta del legame sociale. Prima di tutto perché per fronteggiare una pandemia come questa è indispensabile stringere una alleanza con gli altri, perché o ci salviamo tutti insieme o non si salva nessuno. Si tratta di una regola fondamentale che ci insegna la storia delle epidemie che a più riprese hanno colpito homo sapiens. Gli scienziati sociali, come chi scrive, hanno previsto fin dall’inizio del contagio che il nostro modello di vita sarebbe cambiato. Ma quello che forse non immaginavamo e che sta accadendo sotto i nostri occhi è la rinascita della comunità reale grazie alle community virtuali. Prima del coronavirus, internet sembrava il nemico numero uno del comunitarismo d’antan. E in un certo senso lo era. Perché le persone sedute attorno allo stesso tavolo cenavano chattando con amici seduti a tavoli di ristoranti lontanissimi. Come se la realtà vera non riuscisse più ad avere un appeal sufficiente per viverla a pieno. Ora però, che siamo tutti esiliati in casa, isolati dagli altri come tante monadi, stiamo inventando un nuovo modo di usare la rete per riannodare i fili delle nostre relazioni. E persino per crearne di nuove. Non a caso sta aumentando a dismisura l’utilizzo delle videochiamate che fino ad ora era molto limitato. A volte persino temuto, perché sembrava violare le più elementari regole della privacy. Ora invece ci si ritrova a fare conversazioni simultanee con una miriade di utenti, parenti, dipendenti, per ritrovare il tempo perduto. Per stare insieme nonostante tutto. Per intercettare negli occhi degli altri quel conforto che dentro di noi non riusciamo a trovare. Mai come adesso, gli altri ci fanno ritrovare noi stessi. E se fino ad ora il noi digitale sembrava un noi diminuito, oggi è diventato una realtà aumentata, nel vero senso della parola. Con i nostri devices impiegati come non mai a creare ponti, a intessere reti, a rammendare quel tessuto collettivo che con negligenza in questi anni abbiamo lasciato sdrucire. Così viene in mente di telefonare anche a chi non sentiamo da anni. Organizziamo aperitivi via skype, cenette su whattsapp, reading su hangout meet. Le radio mettono da parte la concorrenza e si alleano per trasmettere all’unisono canzoni e buonumore, inni e preghiere. Artisti e attori organizzano maratone performative in streaming per alleviare la solitudine di chi sta da solo. E poi ci sono i millennial, che lasciano il numero del loro cellulare agli anziani che hanno bisogno di qualcuno che gli porti a casa la spesa.

Insomma, la società della comunicazione sta svoltando, non per tornare indietro, ma per oltrepassare la strettoia dell’individualismo. Quell’atteggiamento autoreferenziale cui i nuovi media, va detto, fino ad ora hanno dato libero sfogo e per certi versi hanno reso ipertrofico. Ma che un microorganismo, privo di volontà, ha messo KO in un istante, senza darci nemmeno il tempo di capirlo e di fermarlo. Così in attesa di debellarlo clicchiamo sul pulsante di chiamata, certi che questa volta l’altro ci risponderà, perché stava per fare anche lui la stessa cosa.

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Elisabetta Moro
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