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Non è arcaica la Madonna che s’ inchina ai mafiosi – La Lettura de Il Corriere della Sera

29 Giugno 2020

La pietà popolare è il sistema immunitario della Chiesa. Lo ha detto papa Francesco al clero siciliano riunito al gran completo nella cattedrale di Palermo due anni fa. Le processioni dei santi miracolosi, delle Madonne lacrimose, delle patrone celesti, dei Cristi trafitti, con il fiume di folla che li segue per le vie delle città, lungo le salite dei santuari rupestri, dentro le grotte buie della terra, hanno il merito di impedire alla religione di disincarnarsi. Sono l’anticorpo a una Chiesa talvolta “troppo ideologica”, che pensa per astrazioni teologiche. Che rischia di farsi “troppo gnostica o troppo pelagiana”. Lo racconta Berardino Palumbo, antropologo dell’Università di Messina, in Piegare i santi. Inchini rituali e pratiche mafiose, pubblicato per i tipi di Marietti 1820.

Il ritualismo del Mezzogiorno, che nel 1880 Giovanni Verga raccontava mirabilmente nella novella Guerra di santi, agli occhi del pontefice venuto dalla fine del mondo è “un tesoro che va apprezzato e custodito perché ha in sé una forza evangelizzatrice”. A patto però che venga sottratto alle grinfie dei mafiosi. Come dire, niente inchini dei patroni alle porte dei padrini. Niente parate cerimoniose e genuflessioni ossequiose al cospetto di assassini e uomini da 41bis. Ma è più facile a dirsi che a farsi.

L’autore, specialista in etnografia del Mediterraneo, prende in esame questo fenomeno particolare che ogni estate esplode come un bubbone. Con vescovi che sospendono i festeggiamenti religiosi, carabinieri che abbandonano i cortei per manifestare pubblicamente il loro dissenso dalle azioni dei comitati che governano feste e palii a loro uso e consumo. Con i volontari della protezione civile che si caricano sulle spalle reliquiari, vare, fercoli, macchine da festa, per sottrarre alle cosche la scena di questo potentissimo teatro del sacro. Dal canto loro i boss, a Reggio Calabria come a Buenos Aires, non mollano la presa. Minacciano, intimidiscono, corrompono e qualche volta sparano.

La questione vera è che sembra ci sia una contrapposizione tra la religione, con i sui valori assoluti e i suoi principi non negoziabili, uno per tutti l’inviolabilità della vita, e dall’altra parte una sorta di comodato d’uso della religiosità, esercitato da mafia, camorra e ’ndrangheta, per costruire consenso politico. Per ostentare una muscolarità sociale che serve a sottomettere, anche da un punto di vista simbolico, chi non è disposto a piegare né la schiena né le immagini sacre.

L’analisi di Palumbo è acuta, articolata, ricca di fatti sorprendenti. In primis il percorso del nuovo tram di Messina, cambiato a furor di popolo, perché avrebbe ostacolato la processione dell’Assunta. Di fatto l’autore individua nelle regole sociali che tradizionalmente concorrono alla costruzione del maschile – sia delle persone per bene che di quelle per male – la matrice di una sorta di machismo devozionale. Ostentato nei corpi vigorosi dei portatori delle vare, dei mastri di festa, dei capi paranza. Sempre a favore di videocamera. Individui che nella “messa in scena del sé includono l’esercizio della violenza”. Esemplificata visivamente e ribadita acusticamente dallo sparo di bummi (bombe) con i masculi (mortai). Il tutto in un perenne braccio di ferro con lo Stato, che si materializza nella violazione dei percorsi imposti dai prefetti, per includere simbolicamente e fattivamente nello spazio pubblico le case dei mafiosi. E soprattutto in perenne contrapposizione con gli altri clan. L’interpretazione dello studioso è di fatto nuova, perché anziché considerare gli inchini dei santi un vecchio retaggio del mondo contadino, l’espressione di una distorta concezione della fede cattolica, un’archeologia della devozione o la logica conseguenza di un primitivismo criminale, li attribuisce, al contrario, ad una capacità delle cosche di intercettare lo spirito del nostro tempo. E delle sue logiche del potere fondate sull’occupazione della scena pubblica. Per loro la “guerra di santi” è una benedizione del cielo. L’occasione imperdibile per una plateale dimostrazione di forza.

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Elisabetta Moro
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