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L’Europa d’Oltremare – Corriere della Sera

16 Agosto 2020

I pirati dei Caraibi dagli occhi bistrati alla Johnny Depp, le donne infiorate di Paul Gauguin mollemente adagiate sulla spiaggia di Tahiti, lo sguardo triste dello sventurato Papillon in fuga dalla colonia penale dell’Isola del Diavolo in Guyana, appartengono all’immaginario esotico globale. Figure evocatrici di mondi remoti e familiari al tempo stesso. Dove la natura ha il rigoglio del paradiso perduto e il sole è più vibrante del nostro. Mentre gli abitanti vivrebbero in un incanto tropicale, immuni dal dinamismo febbrile dell’Occidente. Ma a guardarle meglio, queste isole di storia appartengono al nostro tempo molto più di quanto non ci aspetteremmo. E perfino al nostro spazio. Perché, a dispetto della geografia, sono in Europa. Di diritto e di fatto. Con il corpo e con la mente. Lo racconta Adriano Favole in un bel libro intitolato L’Europa d’Oltremare (Raffaello Cortina, pp. 230, 24 euro). Il curatore e coautore, ordinario di antropologia culturale all’Università di Torino, sceglie volutamente di indossare la casacca dell’esploratore di terre sconosciute ai più. Esercitando spesso e volentieri quell’arte del paradosso che, da Erodoto a Lévi-Strauss, caratterizza da sempre la letteratura etnografica. E fin dall’Introduzione ci spiazza, snocciolando dati poco noti e molto sorprendenti. Per esempio, che il più lungo confine terrestre della Francia è quello con il Brasile, per un tratto di settecentoquaranta chilometri di foresta amazzonica, con tanto di scimmie e giaguari, grazie alla Guyane française. Che l’Olanda ha tra le sue lingue ufficiali il papiamentu, un idioma creolo parlato dagli schiavi caraibici. Che sei milioni di cittadini con regolare passaporto europeo vivono tra l’Oceano Atlantico, Pacifico e Indiano. E non sono personaggi conradiani, “bianchi” fuggiti dalla modernità o faccendieri sfuggiti al fisco, ma nostri concittadini nati e cresciuti in atolli e arcipelaghi che coprono una superficie così vasta da poter contenere comodamente al suo interno l’intera Europa continentale. Ma, per una sorta di “inconscio geografico e culturale”, se non addirittura per una rimozione da continentali incalliti, quelle realtà non le abbiamo nemmeno disegnate nelle nostre mappe. Eppure, a fare l’Unione europea, ci sono anche i kanak della Nuova Caledonia, i creoli de La Réunion, gli arawak di Aruba, gli inuit della Groenlandia e molti altri. I loro giovani vengono in Erasmus, il programma di mobilità riservato agli studenti europei, nelle nostre università. Non è semplicemente l’esito della colonizzazione e della successiva decolonizzazione. Molti di questi popoli, messi davanti alla possibilità di rendersi indipendenti hanno preferito rimanere con noi. Negoziando la loro sovranità con soluzioni creative e originali, per rivendicare la loro autoctonia senza usarla come una clava contro qualcun altro. Come invece amano fare i sovranisti nostrani, prigionieri del loro identitarismo claustrofobico. E proprio dalle forme del potere, dei diritti, delle identità partono i racconti degli altri undici coautori di questo libro, quasi tutti antropologi, forti di lunghi soggiorni sul campo, di anni vissuti Oltremare, per assumere il punto di vista dei nativi. Ecco perché il testo è un racconto in presa diretta che, parafrasando il Re Pescatore di Thomas S. Eliot, mette ordine in quelle terre. Come le isole Wallis e Futuna in Oceania, dove non c’è catasto, né proprietà privata perché il suolo è un bene comune. Ma in compenso, pur essendo a tutti gli effetti un territorio francese d’oltremare, a governare sono tre “re”, cioè dei capi tradizionali con potere giudiziario sulle controversie civili e penali che riguardano gli autoctoni, riconosciuti dalla République sin dai tempi del generale de Gaulle. La Nuova Caledonia invece, occupata manu militari dai Francesi nel 1853, a partire dal 1998 è una Collettività a sovranità condivisa franco-caledone, che riconosce a chi arriva sull’isola il diritto di costruire con tutti gli altri un “comune destino”. In un bel capitolo Paola Schierano racconta dell’Indianoceania, dove miriadi di microisole sono connesse dall’Oceano Indiano, e non isolate come si potrebbe pensare. Al punto che i loro abitanti si autodefiniscono enfants des îles, i figli delle isole. Fieri come sono di appartenere al mare. Proprio come accade nell’Oceano Pacifico, soprannominato the Blue Continent, dove popoli indigeni diversi – raccontano con acume Emanuela Borgnino e Lara Giordana – stanno cercando di inventare una comune ecologia fondata sulla responsabilità verso l’habitat. Prima di andare in stampa Favole ha aggiunto un paragrafo illuminante sugli effetti della pandemia che ha isolato per mesi le Hawai’i, Samoa e altri paradisi turistici, costretti a recuperare in fretta e furia l’orticultura d’antan.

Insomma, i temi analizzati sono tanti e stimolanti. E, pagina dopo pagina, suscitano nel lettore un certo ottimismo. Perché nonostante il colonialismo, la dipendenza economica e adesso il Covid, i nostri concittadini di mare sono davvero resilienti. Non mettono la società contro lo Stato, l’etnicità contro la collettività. Ma riescono a trovare la quadra tra orgoglio identitario ed europeismo. Come dire che nella nostra Europa d’Oltremare l’interculturalità è già realtà.

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Elisabetta Moro
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