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Covid e clima, doppia minaccia per i popoli fragili

9 Ottobre 2020

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Il coronavirus e il clima stringono i popoli indigeni in una morsa fatale. Tribù e gruppi etnici diversi fra loro stanno fronteggiando lo stesso dramma. La combinazione di due catastrofi di proporzioni planetarie, la pandemia e il riscaldamento globale, che si abbattono contemporaneamente sulle loro fragili esistenze. Fragili sì, ma numerose. Si tratta infatti di 476 milioni di persone, pari al 6% della popolazione del pianeta, disseminate in 90 nazioni. Dalle Americhe, all’Asia e all’Africa.
Vivono alla periferia del sistema mondo, che all’occorrenza si prende le loro terre, le loro risorse idriche, abbatte senza sosta le foreste dove vivono da tempi immemorabili. Le sfrutta come manodopera a basso costo per raccogliere la gomma in Amazzonia e la canna da zucchero in India, dove le donne del Beed si fanno isterectomizzare per sopportare la fatica. In più l’effetto serra sta progressivamente e inesorabilmente desertificando le loro piccole economie orticole e sta stremando il bestiame che allevano, tanto che la Banca mondiale parla di grave insufficienza alimentare e Oxfam ritiene che entro la fine dell’anno altri 120 milioni di persone entreranno a far parte del triste club zero food. Molti non hanno più fonti d’acqua cui approvvigionarsi né per bere né per lavarsi. Figurarsi i gel per sanificare le mani! La stragrande maggioranza non ha accesso alle cure sanitarie minime, perciò muore a causa di infezioni banali e malattie come il morbillo e la malaria.
E ora il flagello del Covid-19 getta sale sulla ferita. Perché il virus ha guadato fiumi e scalato montagne, si è arrampicato sugli alberi ed è sbarcato negli atolli. Per effetto di un domino epidemico, i popoli indigeni dell’Amazzonia si stanno infettando uno dopo l’altro. Sono piccoli gruppi e perciò ancora più a rischio, come gli Arhuaco, i Kogi, gli Embera Katio, gli Awá, i Kofán, gli U’wa, gli Huitoto, i Kawahiva, i Karitiana.
Il bollettino numero 47 pubblicato pochi giorni fa dall’Onic, cioè l’Organización Nacional Indígena de Colombia, parla di 72 villaggi colpiti su 112, 30 mila positivi e già mille decessi. E l’anello più debole della catena sono le tribù «incontattate», come i nomadi Nukak che abitano le sorgenti del bacino nord amazzonico e gli Ayoreo-Totobiegosode, che vivono teoricamente isolati nella regione paraguayana del Chaco, ma di fatto sono assediati da speculatori di ogni specie, in cerca di metalli preziosi, terreni vergini, alberi pregiati.
Il paradosso è che questa umanità «minore», custodisce la maggior parte della biodiversità del pianeta. Sono poveri di tutto, ma ricchi di risorse ambientali e di saperi tradizionali. Il dramma nel dramma è che in questo clima pandemico il loro destino appeso a un filo sta a cuore a pochi. Troppo pochi. Eppure, la loro scomparsa sarebbe una perdita secca per l’intera umanità.

 

Di seguito un inedito giovanile di Salvatore Quasimodo (1901-1968), premio Nobel per la Letteratura nel 1959. Il testo sarà contenuto nella nuova raccolta «Tutte le poesie» (a cura di Carlangelo Mauro, introduzione di Gilberto Finzi, pagine 660, euro 26, in libreria dal 13 ottobre per Mondadori).

Notte infernale

Salvatore Quasimodo

Scroscia la pioggia sui luridi vetri
e urla forte sul monte nebuloso
la procella; di vaghe fiammelle e tetri
fantasmi si popola il tenebroso

castello, ch’erge sulla forte rupe
di granito, nerastre, le cadenti
mura. Fischia ululando il vento, e cupe
le acque del fiume, con rochi lamenti,

scorron lontano. Con enormi schianti,
tra i lampi e il turbinar della tempesta,
tra il mugulo del vento, e i campi pianti
della colpita ruinosa foresta,

cadon gli alberi, e sembran titani
vinti in terribil lotta tenebrosa,
tra raffiche di pioggia e sforzi immani
in una battaglia impari e focosa.

Chi, nella tetra notte, osò d’amor
parlare? Chi mai tra i bianchi fantasmi
e le fiammelle vaghe, tra il furor
degli elementi e fra gli infetti miasmi

dell’immobile e fetido pantano,
parlò d’amore? T’abborro, o infernale
notte, quando sei preda dell’uragano,
quando tu piangi e infuria il temporale

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Elisabetta Moro
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