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Presepe anti-Covid Anche i Re Magi hanno il green pass – La Lettura del Corriere della Sera del 19 dicembre 2021

19 Dicembre 2021

Il presepe è la Buona Novella raccontata in dialetto, nella parlata materna che rende tutto schietto, familiare, comprensibile. Persino un dogma complesso e astratto come quello di un dio che si incarna in un bambino per offrire al mondo la speranza di un nuovo inizio. La Natività è un fermo immagine della storia. Una scena incantata che ogni anno si ripete come la replica di un teatro del sacro. Protagonisti: la giovane Maria, il veterano Giuseppe e l’esordiente Gesù. Coprotagonisti: l’angelo dell’Annunciazione, il bue e l’asinello, i Re Magi. Con un effetto di luce straordinario dato dal bagliore profetico della stella cometa.

La sceneggiatura di questo dramma sacro si trova nel Vangelo di Luca, l’unico fra gli Evangelisti a parlare della mangiatoia trasformata per l’occasione in portinfante. Ed è proprio questo il nucleo incandescente del racconto, la greppia che in latino si chiama praesepium, da cui la nostra parola presepe. L’oggetto simbolo di una condizione umile, che rende la nascita del Cristo Re un autentico colpo di scena. Il debutto spiazzante di una nuova religione, che fa della fratellanza e dell’uguaglianza la chiave di volta di una inedita architettura sociale. Non a caso ad inventare il presepe è Francesco d’Assisi, il santo che ha trasformato la povertà e la comunione con il creato in un personalissimo messaggio ai cristiani.

Nel Natale del 1223 a Greccio, in provincia di Rieti, il “giullare di dio” fa preparare una stalla con un bue e un asino, poi sparge della paglia in una mangiatoia e chiama a raccolta i confratelli e la gente del posto. Racconta padre Bonaventura che Francesco, commosso fino alle lacrime e con il cuore gonfio di gioia, si mette a cantare i passi del Vangelo dedicati al “Bimbo di Betlemme”. Facendo rivivere all’intero borgo l’atmosfera di quella notte magica, lontana nel tempo quanto nello spazio, in cui è nato il Salvatore. E così accorcia le distanze tra la Palestina e il Reatino, che diventa la nuova scena di quella nascita prodigiosa. Il cambio di location di fatto svincola il racconto evangelico dal suo luogo originale, per renderlo universale, traducibile in qualsiasi contesto e lingua locale. Da allora dove c’è il bambinello c’è casa. Perciò a Roma la Natività trova posto tra i Fori imperiali, nelle regioni alpine viene collocata tra le cime dei monti, in Alaska la grotta diventa un igloo e i protagonisti hanno i tratti somatici degli Inuit, in Africa la Sacra Famiglia diventa nera, in Cina gli occhi si fanno a mandorla. Insomma, l’intuizione geniale del fraticello di Assisi ha consentito a chiunque di immedesimarsi in quell’inizio e di farlo diventare storia propria. Di fatto l’uomo che parlava a Fratello Sole e Sorella Luna ha reso possibile l’incorporazione del sacro attraverso una esperienza estetica ed estatica alla portata di tutti, adulti e bambini, colti e illetterati. Non a caso papa Onorio III concede subito il suo placet alla pedagogia presepiale e autorizza il santo a diffonderla.

Giotto documenta da par suo il momento della nascita del presepe. Quasi fosse un fotografo di cronaca. E immortala Francesco in un affresco della Basilica Superiore di Assisi, quando “tutto serafico in ardore”, con il viso illuminato dalla speranza, il poverello allunga le braccia per posare il bambinello aureolato nella mangiatoia e il Messia in fasce ricambia il suo tenero sguardo.

Negli stessi anni, il celebre artista Arnolfo di Cambio scolpisce il primo presepe in marmo, destinato alla Basilica romana di Santa Maria Maggiore ad praesepem, dove si custodiscono niente meno che alcuni pezzi di legno della sacra greppia incastonati in un lussuoso reliquiario di cristallo a forma di culla, sorretto da quattro putti dorati e collocato sotto l’altare principale. Quando le truppe napoleoniche nel 1798 occupano la Città Eterna, progettano di trafugare la sacra culla, per sottrarla al continuo flusso di pellegrini adoranti. Missione miseramente fallita. Visto che ancora oggi arrivano fedeli da tutto il mondo per inginocchiarsi davanti al simbolo dell’infante miracoloso. Ma forse dovremmo chiamarlo il “bambino meraviglioso”, usando la definizione del filologo e antichista Maurizio Bettini, che nel libro Il presepio pubblicato da Einaudi, ha ascritto Gesù ad una famiglia di bambini divini che nel bacino del Mediterraneo sono stati oggetto di culto prima di Cristo. Come Mitra, il dio solare festeggiato guarda caso proprio nel solstizio d’inverno, quando ricorre anche il Natale cristiano. Come Ermes, il messaggero dell’Olimpo, che nasce in una grotta al freddo e al gelo sul monte Cillene in Arcadia. Come Dioniso, il dio dell’ebbrezza, messo al sicuro nel ventre cavernoso del monte Meros. E persino il padre dell’Olimpo nasce in una spelonca. Ma oltre la grotta c’è di più. Il poeta Callimaco, nel III secolo a.C., racconta infatti che il piccolo Zeus dormiva in un líknon, un recipiente usato dai Greci per contenere il pane e i frutti offerti agli déi. Analogamente Ermes e Dioniso sonnecchiavano in un setaccio per i cereali. Insomma, tutti questi infanti mitici trovano in culle di fortuna il riparo da un mondo ostile che gli dà la caccia. E lo stato di eccezione che caratterizza il modo, il momento e la discendenza di questi neonati favolosi ci dice a chiare lettere che rappresentano dei tornanti della storia. La fine di un’era e l’inizio di una nuova. E proprio così viene raccontata la nascita di Gesù dagli apostoli e dai suoi seguaci. Come un prodigio, preannunciato dalle Scritture, che inaugura un mondo diverso. Cristo viene definito il nuovo lume tra le ombre. E proprio in questo consiste la Buona Novella rappresentata nei presepi. Lo testimoniano, paradossalmente, proprio i due esseri privi di parola, cioè il bue e l’asinello. Che non stanno lì, come capitava di sentire raccontare al catechismo, per riscaldare il pargoletto come due termosifoni bio. Ma sono lì per un errore. Nessuno dei Vangeli, infatti, parla di loro. Come amava raccontare il grande storico delle religioni Alfonso M. Di Nola, tutto nasce da un errore di trascrizione di un testo profetico scritto a cavallo tra il II e III secolo d. C., dove si dice che il Salvatore nascerà in mezzo a due “eoni”. Dove eon, parola greca, significa epoca. Senonché un copista confondendo la E con la Z, trascrive zoon, cioè bestie. Da allora nasce la leggenda secondo cui Cristo sarebbe nato tra due animali. Che presto vengono identificati con il bue, che nella tradizione biblica è il simbolo della pazienza e della sopportazione. E con l’asino, che nell’Antico Testamento è l’emblema della regalità.

Questo tipo di errori, da un punto di vista antropologico, non vanno letti come imposture, truffe o falsità. Si tratta di “aggiustamenti simbolici” per rendere il racconto più coerente con le aspettative di chi lo ascolta e di chi lo tramanda. E denotano più la vitalità di una storia o di un mito piuttosto che la sua falsità: Perché in società ad alto tasso di oralità come quelle che hanno partorito questi racconti, la manipolazione della trama e dei suoi contenuti è ordinaria amministrazione. In fondo la storia del presepe è fatta di invenzioni e di creatività. Di addizioni e sottrazioni. L’importante, diceva Fabrizio De André, è sentire l’odore di Gerusalemme.

Per lo stesso motivo i presepi napoletani mostrano senza imbarazzo una serie infinita di aggiunte e postille al racconto della Natività. Ambientata rigorosamente in una Napoli brulicante di popolo. Con il Vesuvio in eruzione, le rovine archeologiche a fare da sfondo, i palazzi barocchi e le fontane rococò ad accogliere i Re Magi che, con i loro cortei orientaleggianti, fendono la folla, divisa tra ozio e negozio. Uomini che giocano a carte all’osteria, comari che chiacchierano sull’uscio di casa, scugnizzi che giocano con lo “strummolo”, musicisti che strimpellano il mandolino e ragazze che ballano la tarantella. Ma in mezzo si trova anche il macellaio che insacca le salsicce, la fornaia che vende pani fragranti e pizze sfrigolanti, le lavandaie che litigano per un pezzo di sapone, le ricamatrici che maneggiano i fuselli del tombolo. Mentre dalle montagne calano gli zampognari che intonano “Tu scendi dalle stelle”. Insomma, una enciclopedia dell’arte di arrangiarsi e nel contempo l’esibizione di una insaziabile fame di vita, che danno a Giorgio Manganelli, autore de Il presepio (Adelphi), l’impressione di trovarsi davanti ad un “sabba pudico”.

Il gesuita settecentesco Giuseppe Patrignani, noto con il nome eloquente di Padre Presepio Presepi, racconta della conversione al cristianesimo di uno schiavo musulmano che passando davanti ad una Natività si è visto chiamare dal bambinello. Per ricordare questo prodigio, ogni Natale nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, si esponeva quel Gesù bambino con accanto la statua a grandezza naturale dello schiavo di colore. Una scena che oggi incapperebbe nelle censure del politically correct. Ma che nel Settecento entusiasma i fedeli e incrementa la febbre presepiale della città. Con le famiglie in competizione fra loro, che aprono le case ai visitatori e arrivano ad abbattere intere pareti per inglobare lo scintillio del golfo nella sacra scena. E a proposito di licenze fantastiche, nell’Ottocento un sacerdote partenopeo mette sul presepe la strage degli innocenti con tanto di Erode che sorseggia beato un caffè, per mostrare inequivocabilmente la sua malvagia indifferenza. Poco importa che all’epoca il caffè fosse ancora sconosciuto.

Oggi si fa spazio alle star del momento, come l’ecologista Greta Thunberg e il rockettaro Damiano dei Maneskin. Ma anche alle celebrities appena scomparse come Lina Wertmüller e Raffaella Carrà. I Ferragnez impazzano. Spopola anche l’inossidabile regina Elisabetta con i suoi ineffabili look. Maradona aureolato è un must senza se e senza ma. Accanto al rimpianto Pino Daniele è comparso anche Liberato, il cantautore dall’identità anonima che si cela sotto il cappuccio di una felpa. La Madonna indossa la mascherina, i Re Magi mostrano il green pass e i pastori fanno la fila per la terza dose. Sacro e profano si mescolano in una Babele di simboli dove c’è sempre posto per tutti. Perché il presepe a Napoli mette insieme attualità e eternità.

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Elisabetta Moro
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