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Lombardi Satriani e quello sforzo di contraddire gli stereotipi sul sud – Il Mattino di Napoli del 1 giugno 2022

2 Giugno 2022

Abbiamo perso un grande intellettuale che aveva a cuore il Mezzogiorno. Lunedì l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani è spirato nella sua casa di Roma all’età di 85 anni. Una vita spesa a contraddire lo stereotipo di un Sud immobilizzato da arretratezza, pigrizia e ignoranza. Era sempre in prima linea a combattere una battaglia culturale a viso aperto, per analizzare la questione meridionale dal suo interno. Aprendo gli occhi sul fatto che la civiltà contadina non era un “relitto culturale” da cancellare, ma una cultura ricca di simboli e valori, tradizioni e passioni, umanità e potenzialità. Per lui il folklore era una forma di contestazione all’omologazione consumistica del Belpaese.
Era nato a Briatico in provincia di Vibo Valentia il 10 dicembre 1936. Unico erede maschio dei Baroni di Porto Salvo, sentiva l’onore e l’onere della sua condizione sociale. Che lo hanno portato ad avere sempre posizioni progressiste, prima tra le fila del partito comunista (per questo lo chiamavano il “barone rosso”) e poi con l’Ulivo, che nel 1996 lo candidò con successo al Senato. Dove partecipò alla Commissione parlamentare d’inchiesta su mafia, camorra e ‘ndrangheta. Nonché alla Commissione permanente sull’istruzione.
Alla fine della legislatura era tornato senza rimpianti alla sua cattedra di Etnologia alla Sapienza e si era dedicato alla ricerca e alla scrittura. Il suo libro più celebre resta “Il ponte di San Giacomo”, scritto con il cognato e grande amico Mariano Meligrana, con il quale vinse il Premio Viareggio nel 1982.
Passeggiare per Napoli in sua compagnia significava essere continuamente fermati da due generazioni di studenti. Quelli della Federico II, dove aveva insegnato dal ’74 al ’78 lasciando un segno indelebile. Era fra l’altro l’Ateneo dove si era laureato giovanissimo in Scienze politiche. Ma anche dagli studenti del Suor Orsola Benincasa, dove dal 2000 al 2015 ha insegnato antropologia giuridica e antropologia del viaggio, che per strada lo salutavano con timore reverenziale. I primi erano stati sedotti dal suo anticonformismo, intriso di passione e rivoluzione. Tanto che l’attuale direttore di Rai 3 Franco Di Mare ricorda ancora nitidamente la tesina portata all’esame sul film “San Michele aveva un gallo” dei fratelli Taviani, con un confronto tra musica colta e musica popolare. Invece l’ultima generazione di allievi rimaneva sbalordita da quella erudizione enciclopedica e da quella capacità straordinaria di decentrare il proprio punto di vista e di mettersi dalla parte degli ultimi, dei senza voce, dei braccianti, degli emigranti, dei battenti, delle tarantolate e delle veggenti, come la discussa Natuzza Evolo da Paravati.
Il suo metodo si basava su un principio radicale e universale, cioè il rispetto delle differenze, che si concretizzava nell’ascolto di quello che l’altro ha da dire. Sempre e comunque. Il suo pensiero nasceva da una originale fusion tra Karl Marx, Antonio Gramsci ed Ernesto de Martino. Il tutto intrecciato con la storia, l’arte, il teatro, il cinema e la letteratura. Tanto che nel 2016 l’università della Calabria, dove era stato anche preside e prorettore, gli aveva conferito la laurea honoris causa in filologia moderna. E nella “Laudatio” pronunciata dall’allievo e amico Fulvio Librandi era emersa nitidamente la sua eredità più grande, vale a dire il convincimento che il compito di ogni antropologo è di indagare quel fondo universalmente umano in cui l’Io e l’Altro “sono sorpresi come due possibilità storiche di essere uomo”. Perché l’incontro fra le culture è prima di tutto l’incontro fra le persone.

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Elisabetta Moro
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