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Il dibattito sulla legge Zan – Il Mattino del 7 maggio 2021

14 Maggio 2021

Chi ha paura di una società di eguali? La Lega alzerebbe la mano. Se non addirittura la voce. Come cerca di fare ora al Senato, screditando la proposta di legge contro l’omofobia e altre discriminazioni. Quali transfobia, lesbofobia, bifobia (offese e violenze a danno dei bisessuali) e abilofobia (contro i disabili in quanto tali). La Camera a novembre ha già approvato a maggioranza questo DDL firmato dal deputato PD Zan. Rigorosamente senza i voti dei partiti di destra che azzeccano molti garbugli per non ammettere che una società di eguali li disturba. E forse li disgusta. In parte perché l’allargamento dei diritti civili è in contraddizione con le loro storie valoriali e i loro modelli sociali. Che si basano sulla coppia eterosessuale quale strumento di continuazione della specie homo. A volte si spingono ad affermazioni come quella di Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, che ha esortato gli Italiani a salvare la “razza bianca”. Non a caso il razzismo è la forma più lampante di negazione di diritti a qualcuno che percepiamo diverso da noi. In questo senso l’odio verso i “non eterosessuali doc” e verso i disabili, di fatto è alimentato dallo stesso ragionamento. Non a caso la nuova legge anti-discriminazioni è stata pensata come un allargamento del raggio di azione della legge Reale-Mancino che punisce proprio gli atti di razzismo. E soprattutto, è scritta per essere uno strumento che aiuti a comprendere che non è lecito offendere sui social un disabile per la sua condizione del tutto particolare, non è lecito compiere un atto di violenza contro una lesbica perché non si può sopportare la sua esistenza, non è ammissibile picchiare un transgender perché la sua vita non coincide con la mia idea della vita.

Comprendere che gli altri non sono tutti come me è un passo fondamentale della maturità individuale e della crescita sociale. E se questo passo non si è in grado di compierlo da soli, allora ci vuole una legge che, mettendo dei paletti, induca a farlo. Per il bene di tutti. Perché una società che incasella maschi e femmine in un rigido sistema di ruoli dimostra di temere la più grande dote dell’umanità. Quella di saper inventare e innovare il modo in cui si sta insieme. Riconoscendo a ciascuno l’opportunità di essere come si è. A dirlo, per la prima volta, è stata l’antropologa Margaret Mead. Una delle eminenze grigie della cultura statunitense. La studiosa che ha smontato pezzo per pezzo le teorie razziali di Hitler e Mussolini, mentre mezza Europa se le beveva come oro colato.

Con i suoi studi pionieristici sul rapporto tra natura e cultura, tra sesso, genere, identità, costumi e ideologie Mead ha aperto gli occhi all’Occidente. Dimostrando, con le sue ricerche comparative tra le popolazioni del Pacifico e le famiglie a stelle e strisce, che tutte le culture scelgono arbitrariamente il loro ideale di famiglia, di coppia, di genitorialità. Sovrapponendo al corpo biologico un costume, una tradizione.  Che spesso cambia col modificarsi delle condizioni di vita.

In un suo libro degli anni Trenta, ormai diventato un classico e intitolato “Sesso e temperamento”, tempestivamente ristampato ora da Il Saggiatore, Mead mostra come il sesso biologico, cioè l’anatomia degli organi sessuali, è il più arbitrario degli strumenti usati da molte, ma non tutte, le culture per assegnare agli individui una casella nella società. Eppure, tra l’apparato genitale e le competenze o incompetenze di un uomo non c’è una relazione. Come non c’è relazione tra l’apparato riproduttivo femminile e le competenze o incompetenze di una donna. Ciò nonostante, parte della nostra storia è stata influenzata da questa lettura distorta del rapporto tra sesso e personalità, tra apparati genitali e individui, tra ormoni e identità di genere. E chi oggi non riesce a fare un salto logico per comprendere che tra il corpo fisico e la persona c’è una vastissima gamma di possibilità di relazione e non una scelta secca tra maschio e femmina, persevera nell’errore dei nostri antenati. Che in nome di queste sviste hanno creduto logico sottoutilizzare le doti, i talenti, le aspirazioni, le sensibilità sia degli uomini che delle donne per confinare ciascuno in una gabbia ideale di obblighi e aspettative.  Ma “se vogliamo – scrive Mead quasi un secolo fa – elevarci a una cultura più ricca, dobbiamo accettare tutta la gamma delle potenzialità umane e con essa fabbricare un tessuto sociale meno arbitrario, nel quale ogni diversa dote umana trovi il posto che le conviene”. I tempi dovrebbero essere maturi.

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Elisabetta Moro
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