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Il primo presepe ha la culla vuota – La Lettura del Corriere della Sera del 24 dicembre 2023

27 Dicembre 2023

Pace! È il messaggio che San Francesco trasmette al mondo. E per farlo inventa il presepe. Era la notte di Natale del 1223, esattamente ottocento anni fa. Il giullare di Dio era reduce da un viaggio in Terra Santa e in Egitto, dove aveva incontrato il sultano Malik al-Kamil che lo aveva ascoltato con ammirazione. Nonostante la sua fede fosse un’altra. Maometto, infatti, aveva ormai conquistato il cuore e l’anima di molti popoli del Mediterraneo. Nel frattempo, la croce si era indelebilmente impressa sulle armature degli eserciti capeggiati da Papi decisi a riconquistare ad ogni costo Gerusalemme e Betlemme. Francesco però la pensa diversamente. I monoteismi sono tre, ma Dio è uno. Bisogna fare lo sforzo di restare fratelli. Lo racconta la medievista Chiara Frugoni, scomparsa un anno fa, nel bel libro Il presepe di Francesco. Storia del Natale di Greccio appena pubblicato dal Mulino.
In quella notte magica di otto secoli fa nel borgo di Greccio, oggi provincia di Rieti, accade una piccola grande rivoluzione culturale. Francesco fa allestire una mangiatoia e lì accanto mette un bue e un asino, due animali simbolici che stanno a rappresentare rispettivamente gli ebrei e i pagani, in particolare i musulmani. E mentre un prete celebra la messa, lui canta i passi del Vangelo di Luca che rievocano la nascita di Gesù. Quando nomina il «bambino di Betlemme», lui bela «beeeetleeeeeemme», perché nel nome della città fa risuonare il verso della pecora per ricordare a tutti che quel bambino è l’agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo. Un Infante divino destinato a morire sulla croce per salvare l’umanità. Insomma, il dono-perdono di Dio.
Di fatto in quella mangiatoia non c’è nessun bambino preso a prestito dai pastori del luogo. Basta l’ostia per evocarlo e per immaginarlo disteso su quella paglia. A differenza di quel che dipingono Giotto nella Basilica di Assisi, Coppo di Marcovaldo in Santa Croce a Firenze, Benozzo Gozzoli nella chiesa di San Francesco a Montefalco, il Bramantino nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano e altri pittori che invece inseriscono nella Natività un bambinello aureolato. E spesso aggiungono anche la Madonna. Che via via diventa sempre più protagonista nell’iconologia cristiana. Al punto che nell’affresco che si trova nella cappella del presepe di Greccio, dipinto da un anonimo alla fine del Trecento, c’è Maria che allatta al seno suo figlio, proprio accanto alla rievocazione dell’invenzione del presepe. Che, non va
dimenticato, prende il suo nome dal termine latino præsepium, che significa greppia.
Francesco, in realtà, mostra la culla vuota, anche per un altro motivo. Vuole denunciare la lontananza di molti cosiddetti fedeli dagli insegnamenti del Vangelo, e soprattutto dal loro messaggio di pace e fratellanza. E qui tornano in gioco gli ebrei e i musulmani, che condividono con i cristiani una comune discendenza dalla Bibbia.
Ma, a dispetto dell’origine comune, si guardano in cagnesco e vivono come fratelli coltelli. Così la buona novella francescana indica una sua soluzione alla contesa della Terra Santa. Affermando che nessuno ha più titolo degli altri per spadroneggiare nei luoghi dove in principio ha regnato l’ebreo Saul, poi è nato quel re Davide dal quale discende il Messia cristiano e dove, infine, una moschea ricorda il volo su un carro di fuoco spiccato da Maometto per salire al cielo.
L’idea geniale di Francesco, infatti, è che ovunque vi sia una mangiatoia lì c’è Betlemme. Perciò non è più necessario liberare con la violenza quei luoghi sacri. Basta trasportare la scena della Natività nelle nostre terre e nelle chiese. Ed è proprio quel che accade. La sacra famiglia migra verso altri lidi e assume anche i tratti somatici di altre genti. Ad Acireale i pastori somigliano ai pupi, in Tirolo la grotta di Betlemme si trasferisce sulle Alpi e la Sacra Famiglia è scolpita nel legno. Le crèches francesi hanno come scenario i monti della Provenza e in Germania i pastori della Krippe vestono i panni dei montanari bavaresi. Mentre quelli dei presepi latinoamericani indossano i tradizionali costumi andini. E la savana con gli animali selvaggi fa da paesaggio ai presepi africani. A Napoli la nascita di Gesù Bambino ha come sfondo il Vesuvio e le rovine di Pompei. Di fatto il presepe diventa un plastico del dogma teologico della Natività. Ma è anche arte, tradizione, colore locale. Ethos e pathos, sentimento e passione, rito e teatro. Insomma, il Vangelo in dialetto.
Quest’anno, per celebrare l’ottocentenario, il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana ha voluto tre presepi che rappresentassero l’Italia nelle sue diversità e affinità. La scelta è caduta su Verona, Greccio e Napoli. In piazza San Pietro a Roma il Papa ha voluto rievocare l’invenzione del presepe con una Natività ideata dal presepista Francesco Artese e i pastori a grandezza naturale realizzati dalle maestranze di Cinecittà. Accanto alla Madonna c’è San Francesco con il viso irradiato dal fulgore sacro del bambinello insieme a tre suoi confratelli. La presenza dei frati tonsurati e vestiti con il saio può apparire come un anacronismo, visto che l’ordine è nato 12 secoli dopo la nascita di Gesù, eppure non è la prima volta che un presepe si consente licenze poetiche del genere. Lo racconta Luigi Vanvitelli, l’architetto della Reggia di Caserta, che nel 1766 vede nella chiesa napoletana del Gesù Nuovo, appartenente allo stesso ordine gesuita dell’attuale Papa, uno strano presepe che «si friccica», cioè semovente. Nella prima scena compare un frate che celebra la messa. Nella seconda la Sacra Famiglia fugge in Egitto. Nella terza la Madonna porge Gesù al frate che lo battezza, mentre una madrina e un padrino fanno da testimoni. Qui l’anacronismo diventa addirittura un falso storico, che manda in testacoda la vita di Gesù che, come è noto, viene battezzato in età adulta e da san Giovanni Battista. Ma evidentemente, allora come ora, il presepe serve ad avvicinare i devoti alla vertigine impervia del dogma dell’incarnazione di Dio che si fa uomo. E al battesimo come rinascita dell’individuo. Insomma, la Natività di Cristo diventa il modello per la natività di ogni cristiano.
Certo è che l’arte presepiale partenopea ha a sua volta rivoluzionato l’idea di Francesco. Perché se il presepe francescano rappresenta la Natività, quello napoletano rappresenta l’umanità. Attraverso la folla brulicante della città, con i suoi artigiani, lavandaie, macellai, sartine, osti, giocatori, suonatori. Servi e signori. Con un tripudio di cibi da Paese di Cuccagna. Sacro e profano. Ciascuno lo fa a modo suo, ma non possono mancare il «pastore della meraviglia», occhi sgranati al cielo, che porta in dono il suo stupore. Santa Stefania, che culla il piccolo Stefano, nato prodigiosamente da una pietra, grazie al primo miracolo di Gesù. Il pastorello Benino, che dorme placidamente mentre sogna la nascita del Salvatore.
Papa Francesco ha definito il presepe un Mirabile Signum, un segno da ammirare. Una scena che ogni anno diventa presente e ci sorprende, perché raffigura un Dio che nasce come se fosse uno di noi. In realtà, sembra voler dire il Vicario di Cristo, Dio riesce sempre a stupirci.
Ma gli artigiani partenopei qualche volta riescono a stupire anche Dio. Che forse li ha creati apposta.

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Elisabetta Moro
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