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Perché quelle bare nel vuoto sottolineano le nostre colpe – Il Mattino del 21 ottobre 2022

2 Novembre 2022

Pietà l’è morta. Le cappelle dei cimiteri si sgretolano, le croci si ossidano, le lapidi si coprono della polvere del tempo, i vasi restano desolatamente senza fiori. Passa la vita via, colma d’oblio.

Nessuno più si prende cura di coloro che furono. Da Napoli a Milano. Sembra proprio che il Paese dei «Sepolcri» foscoliani abbia dimenticato di onorare i defunti, limitandosi alle ricorrenze comandate come il 2 novembre. Talvolta neanche quelle.

Eppure, il rapporto che abbiamo con i nostri predecessori rappresenta da sempre lo sfondo su cui prende forma la nostra condizione di viventi. È il passato in cui il presente affonda le proprie radici e da cui trae i propri valori. Di fatto, i monumenti funebri che onorano i grandi trapassati, così come la più anonima delle sepolture di paese, sono i custodi della nostra memoria, individuale e collettiva. A Ravenna è sepolto Dante. A Napoli Virgilio, Leopardi, Enrico Caruso e Gilda Mignonette, Benedetto Croce. La grande pedagogista Maria Montessori riposa nel cimitero olandese di Noordwijk e la sua lapide ci insegna ancora qualcosa di importante per il nostro presente: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo». Il premio Nobel per la medicina Rita Levi-Montalcini dorme nel cimitero monumentale di Torino. Il sarcofago di Cristoforo Colombo si trova nella Cattedrale di Siviglia. Il sacrario di Redipuglia in Friuli custodisce centomila caduti della Grande Guerra. La giottesca Basilica di Santa Croce a Firenze accoglie nella sua sacra penombra Michelangelo, Galileo, Gioacchino Rossini. Oltre ai cenotafi di Enrico Fermi, Leonardo da Vinci, Guglielmo Marconi e Raffaello. E lo stesso Ugo Foscolo, che proprio passeggiando per quelle navate aveva avuto l’idea di quella «corrispondenza d’amorosi sensi» che lega i vivi e i morti in una trama ininterrotta. In una “religio”, nel senso letterale del termine, che è quello di un filo che tiene insieme le generazioni.

Napoli ha sempre avuto una sensibilità del tutto particolare per i suoi antenati. Tanto che ha fatto del culto dei morti la chiave di volta della sua religiosità, intessendo un fitto dialogo con i famigliari che non ci sono più. Ma persino con quei defunti senza nome che nei secoli passati sono stati sepolti in fosse comuni e in ossari come il Cimitero delle Fontanelle. Resti mortali abbandonati che la città ha spontaneamente elevato al rango di anime del Purgatorio bisognose di preghiere. Ne è nato un vero e proprio culto popolare che dall’Ottocento diventa talmente importante da costringere la municipalità ad istituire una linea del tram apposta per portare i pietosi pellegrini fino alla chiesa delle “anime pezzentelle” nel cuore palpitante della Sanità.

Questo rapporto singolare della città con la morte è cesellato nei versi nobilmente fatalisti della «Livella» di Totò. Ha ispirato opere immortali di Eduardo come «Questi fantasmi», «Le voci di dentro» e «Non ti pago». Oltre a quella struggente orazione cinematografica in memoria dei genitori che è il film «È stata la mano di dio» di Paolo Sorrentino. Una filosofia che si riflette nelle parole accorate di una donna che in questi giorni davanti ai cancelli del cimitero di Poggioreale gridava «dateci i nostri morti», mentre le ruspe mettevano in sicurezza le cappelle pericolanti e rimuovevano le macerie degli ultimi crolli.

Qualcosa, però, sta cambiando nel rapporto con i cari estinti. Molti li seppelliscono e poi li abbandonano. Non una visita, non una corona e forse nemmeno una preghiera. La secolarizzazione sembra aver prosciugato tutte le lacrime. E a mettere il carico da novanta su questa inaspettata indifferenza ci ha pensato anche la pandemia. Con le cremazioni forzate dall’emergenza Covid, che si sono sommate a quelle dovute alla cronica mancanza di loculi. E che di fatto hanno esteso anche ai credenti una pratica che non gli apparteneva. Infatti, la dissoluzione immediata del corpo in cenere porta in sé l’idea laica che la vita finisca e basta. E che per onorare i defunti basti il pensiero. Ma la rovina dei cimiteri ci tocca tutti, credenti e no. Perché se si esaurisce la pietà per i morti, prima poi finisce anche quella per i vivi.

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Elisabetta Moro
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